Etiche dell’intenzione, Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana

G. Durbiano, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2014.

Il testo intende ripercorrere tutta la vicenda dell’architettura italiana, dal dopoguerra a oggi, per rendere palese il ruolo decisivo dell’intenzionalità autoriale. Esso angola l’analisi da una precisa prospettiva e individua nello stretto rapporto, sul piano culturale, tra autorialità e architettura, ideologia e linguaggio, un’invariante della seppur eterogenea produzione architettonica di quegli anni.

La valutazione che fonda la tesi del saggio, infatti, considera l’opera degli autori essenzialmente come proiezione di sé e di intenzionalità figurative soggettive. Un egotismo linguistico che fa la fortuna dell’architettura italiana… ma che è anche la causa principale della sua attuale marginalità.

Il saggio si muove quindi all’interno di una rilettura dell’operato di quegli architetti, dei cosiddetti «nuovi maestri» come furono definiti da Zevi (Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Guido Canella, Roberto Gabetti, Vittorio Gregotti, Aimaro Isola, Luciano Semerani), che fondarono il loro fare architettura sulla reazione al Movimento Moderno, sulla profonda convinzione che gli assunti ideologici e metodologici dell’etica razionalista, fossero ormai in crisi.

La loro risposta fu quindi di rottura, e fu tesa alla costruzione di una nuova etica del progetto completamente incentrata sulla funzione ermeneutica e proiettiva dell’autore. Etiche dell’intenzione, quindi, sono le forme dell’agire di alcuni, pochi architetti italiani che si propongono di dare rappresentazione simbolica del mondo attraverso il proprio linguaggio architettonico… Il protagonista assoluto di queste storie è sempre solo uno: l’autore. Tale è la natura della produzione progettuale ed edilizia, nonché accademica e istituzionale, della loro poetica.

Durbiano prosegue avvertendo dell’esistenza di una responsabilità verso le conseguenze del proprio agire, intuendo che forse proprio nell’evidente divario tra la dimensione dell’«essere» e quella del «dover essere», consistette la ragione dei modesti effetti di quel modo di operare, basato solo sull’etica dell’intenzione.

A conferma di tale dualismo, l’autore richiama i concetti di «etica dell’intenzione» ed «etica della responsabilità» secondo Max Weber (dalla conferenza Politica come professione del 1919), il quale individua nella prima una dimensione di assolutezza, vincolata solo alla propria morale, nella seconda invece, quel principio di consapevolezza e coscienza degli effetti del proprio operato, un carattere politico in sostanza che proietta l’agire del singolo in una dimensione futura.

Appare evidente così la necessità oggi di ricercare nuovi schemi interpretativi e modelli operativi per l’architettura. Pertanto il libro si propone la definizione di una categoria sintetica che può servire, anche se solo in negativo, a individuare una soglia: un confine da cui è difficile tornare indietro. Etiche dell’intenzione è il titolo di questa soglia.

Il testo è articolato in brevi saggi che, attraverso le specifiche esperienze dei protagonisti di questa storia, ripercorrono l’intero arco temporale che va dagli anni Cinquanta ai primi anni Ottanta. La prima tappa sembra porre quasi un paradosso, come osserva lo stesso Durbiano; infatti l’excursus inizia proprio con la vicenda relativa a quel gruppo di architetti fautori di un’estetica che fosse l’espressione di un particolare soggetto certamente, ma un soggetto collettivo questa volta: il popolo cioè, la classe dei lavoratori.

Il carattere di quella specifica individualità autoriale quindi si basò essenzialmente sui principi promulgati dal PCI, e gli esiti formali di quelle esperienze andarono nella direzione del Realismo, come è noto. Leggiamo infatti: l’appello al realismo sarà il primo passo di una ricerca progettuale che, attraverso qua- si mezzo secolo di storia italiana, esaspera la stessa funzione dell’intenzionalità, così ereditata dal dibattito fenomenologico, ben oltre i limiti di quella realtà, a cui originariamente gli stessi architetti si erano appellati.

Tuttavia, all’interno del gruppo legato al Partito Comunista, coesistettero due schieramenti contrapposti che intesero in modo diverso l’impegno politico nell’architettura. In opposizione agli architetti cosiddetti «pratici», impegnati sul piano sociale, legislativo e tecnico-funzionale, ci furono gli «esteti», interessati all’aspetto puramente formale, ad un nuovo linguaggio dell’architettura, in grado di comunicare al popolo cui essi intendevano rivolgersi.

Pertanto il riferimento alla tradizione e al passato, nell’«appello al realismo», viene visto dai «giovani delle colonne» (come li definì De Carlo riferendosi ai disegni di Rossi, Canella e gli altri allora ancora studenti, che vagheggiavano forme passate), come il grimaldello per l’affermazione di un radicale mutamento di modelli formali. In realtà l’«appello al realismo», non ricevette piena legittimazione in ambito politico, né riuscì a produrre quella unitarietà di linguaggio ricercata all’origine, raccogliendo molte delle differenti traiettorie di ricerca di quegli anni, rette essenzialmente dal metro ideologico.

La seconda tappa porta il lettore dentro l’intenzione, attraverso l’esperienza specifica di Guido Canella. L’autore afferma che tra tutti gli architetti, quest’ultimo si è più impegnato a formalizzare con un’analisi sistemica gli strumenti di lavoro. Gli strumenti della costruzione dell’intenzione.

Al centro degli studi di Canella, secondo un approccio tipicamente strutturalista, vi fu la ricerca di un’invariante della morfologia urbana, identificata con il concetto di tipologia; il rapporto tra tipo e funzione portò l’architetto a teorizzare un’organizzazione della città basata su precisi «sistemi funzionali».

La ricerca di Canella diede forte impulso alle generazioni a lui contemporanee e non, influenzando certamente l’approccio ideologico alla progettazione. Da quegli studi si trasse la teorizzazione di un vero e proprio modello operativo, sebbene l’esperienza in generale avesse trovato il suo migliore risultato nella sua stessa intenzionalità di tipo puramente conoscitivo, restando all’interno di un orientamento fortemente autoreferenziale.

Il tema principale è ancora la costruzione dell’intenzione, che ritorna nella parte successiva del testo, dedicata al fenomeno cul- turale detto della Tendenza. Tut- tavia l’analisi si sposta in particolare sulla forza performativa, ossia la potenza espressiva e la proiezione verso l’esterno de l’intenzionalità autoriale.

Il gruppo di architetti riconducibili a questo specifico movimento, formatisi intorno alla figura di Aldo Rossi, eresse il fondamento teorico della propria architettura sulla base del rapporto tra tipo edilizio e morfologia urbana, con un atteggiamento intransigente: attraverso lo «studio scientifico» della città – l’analisi storica e formale della morfologia urbana – questi architetti si propongono di riconoscere la «struttura dei fatti urbani», in nome della quale intervenire nel presente senza incorrere nelle gratuite discrezionalità che caratterizzano le modalità correnti (allora come oggi) del mercato come delle culture professionali.

Nodo centrale di tale speculazione teorica fu evidentemente il rapporto con la tradizione e con la storia, e fu su tali premesse che il gruppo intese edificare l’ideale del valore civile dell’architettura, socialmente accolto anche sul piano formale. Questa ricerca del rigore scientifico e questo protendere ad un linguaggio figurativo democraticamente condiviso, (che rimasero il maggiore contributo di tale esperienza) si concretizzarono nell’affermazione dei criteri riconducibili al metodo dell’«analisi urbana», intesa come un vero e proprio sistema razionale del tutto simile ad un paradigma scientifico.

Il gruppo di architetti, operò in un momento storico di profondi mutamenti in ambito culturale; la loro reazione alla crisi predilesse la semplificazione del codice, essendo il referente ormai identificato con un pubblico omologato all’interno della cultura di massa, e assunse come dato inscindibile quell’autonomia dell’architettura intesa come autoreferenzialità della forma architettonica, che, come afferma l’autore, fu innanzitutto una strategia comunicativa. La Tendenza, in definitiva, ebbe il grande merito di saper interpretare lucidamente il mutamento che la società dei consumi impone alle condizioni complessive all’interno delle quali lavora l’architetto.

La ricerca del nuovo linguaggio, propria del fermento cultura- le di quegli anni Cinquanta, trovò una sua concretizzazione nei lavori di un architetto in particolare: Giorgio Raineri. Questi fu definito un «nuovo architetto» da Vittorio Gregotti, allorquando presentò le sue opere su «Casabella – Continuità» nel 1956; l’intento con cui fu rivolta l’attenzione alla produzione di Raineri fu essenzialmente quello di diffondere e formare un comune linguaggio, di cui quelle opere assursero a modello di riferimento. In effetti l’architetto torinese seppe muoversi tra l’innovazione tecnologica e funzionale e il recupero della tradizione di materiali e del linguaggio formale.

Ed è proprio sulla dicotomia storia e nuovo linguaggio che si dirigeranno in seguito gli esiti della cultura architettonica in Italia.
Va però detto che l’architettura del dopoguerra, nel perseguimento di quel sistema formale nazionale e popolare, rimase troppo legato all’ambito della ricerca intellettuale e non ebbe l’eco sperata, se guardiamo agli esiti attuali.

D’altra parte, quell’architettura si chiuse sempre più nelle stanze universitarie, sempre più lontana dal campo d’azione. Va altresì riconosciuto che l’università italiana possiede tutte le caratteristiche strutturali necessarie per garantire un esito positivo di un’architettura dell’intenzione. Pertanto, l’autore osserva come quella speculazione intellettuale, che doveva arginare le conseguenze del boom economico, assuma invece oggi le forme paradossali di una resistenza al mondo.

Le pagine successive conducono all’analisi in particolare della produzione architettonica e dell’impegno istituzionale di alcuni personaggi specifici di quel panorama culturale: Raineri, Isola, Gabetti. Nel dibattito sul rapporto tra architettura e autenticità e sull’equilibrio tra intenzioni e responsabilità, quelle opere furono emblematiche. Tuttavia, il progressivo allontanamento dell’architettura dal complesso di questioni che legano tale disciplina al tema sociale e politico, comportò dunque un atteggiamento sempre più autoreferenziale: essa pare avvolgersi su se stessa, sulle proprie ossessioni, come afferma Durbiano, pare chiamata ad assolvere all’unico compito di essere architettura d’autore.

L’etica dell’intenzione, quindi, pian piano approdò alla sua paradossale impoliticità. Quegli autori, divennero i modelli, e il loro ruolo istituzionale all’interno delle università italiane, contribuì al formarsi di una generazione figlia della precedente, la quale continuò però a muoversi intorno alle figure dei maestri, o meglio all’ombra delle loro personalità e dettami. Giovanni Durbiano, a proposito del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Torino, nel brano acutamente intitolato «Autori e produttori», annuncia: osserviamo questa produzione progettuale per coglierne una specifica consistenza.

Per misurare la distanza tra copia e modello… essendo evidente il divario tra l’una e l’altro in termini di produzione, ma soprattutto in termini di circostanze specifiche in cui si trovarono ad agire; circostanze date innanzitutto dalla scala dei progetti (prevalentemente incen- trati sul tema urbano), dal tempo, dal consenso, ma anche dal carattere plurale che il luogo accademico offre per sua stessa natura, dove, lavorando spesso in gruppo, diviene difficile operare una sintesi di forma e contenuti.

Pertanto si profila l’ipotesi di un mutamento dello stesso status del progetto di architettura: non più soltanto conoscenza finalizzata alla «organizzazione della produzione», ma anche, per necessità, conoscenza orientata alla organizzazione della decisione, non soltanto «pratica» come scienza del fare, ma anche pragmatica come scienza del parlare, del tradurre in figure, dell’agire «intersoggettivamente» in un contesto incerto di decisioni frammentate, come è quello in cui oggi si trova a lavorare il progettista di opere di grande trasformazione del territorio e della città. Alla figura gabettiana del tecnico-intellettuale, un «progettista-esperto» che tende alla sintesi tra scienza, tecnica e arte, l’autore oppone un nuovo stato possibile: quello del «progettista-traduttore».

Questi si presenta come la figura più adatta a muoversi nell’attuale contesto incerto di decisioni frammentate; una figura cioè capace di interpretare tutte le componenti in gioco e la molteplicità degli interlocutori producendo più ipotesi, laddove manca una domanda univoca e consapevole, forzando continuamente i propri confini di legittimazione disciplinare.

Pertanto sebbene questa figura, come già detto, apra la strada a possibili nuove evoluzioni del ruolo dell’architetto, e del rapporto tra produzione e retorica, tra materialità e idealità, il testo avverte però dei rischi incombenti dell’anonimia della committenza, la quale, presuppone che il progettista inglobi nel suo raggio d’azione anche la costruzione della domanda facendo di sé il veicolo per la soluzione. Gli architetti invece delle architetture, ancora una volta. Il gioco di prestigio in luogo dell’ascolto e della traduzione.

Il saggio si chiude ribadendo ancora una volta il carattere pret- tamente ideologico di quella scuola, che dall’aspirazione all’unificazione di un linguaggio costruito per il referente popolare passò attraverso la negazione della comunicabilità per arrivare infine all’affermazione dell’unicità sovrana dell’autore.

R. R. R.

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