La teoria di Hjelmslev e l’architettura: alcuni problemi

CETTINA LENZA

Ancora su Hjelmslev: e con ragione, se, come pare dimostrare la recente ed insolita fortuna critica, la sua teoria linguistica è divenuta un punto di riferimento inevitabile. Ci proponiamo, a nostra volta, di fare il punto; e cioè di verificare, rifacendoci nuovamente a Hjelmslev, le numerose proposte, da più parti avanzate, d’estendere i principi della glossematica ad ambiti diversi e, in modo particolare, all’architettura; non tralasciando, con ciò, di sottolineare alcuni aspetti problematici e di formulare qualche ipotesi.

La nozione di segno nella glossematica

Occorre dire subito che era nelle intenzioni, in varie occasioni rese esplicite, dello stesso linguista danese fornire un modello ricalcabile in molte e diverse discipline, di modo che la comune impostazione metodologica consentisse di superare l’atomismo culturale degli studi odierni, seguito all’alto grado di specializzazione, per produrre un’enciclopedia generale delle strutture di segni.

Come Hjelmslev riformulasse la nozione di segno all’interno della sua teoria è proprio quanto cercheremo di riassumere brevemente in questo paragrafo. Ovviamente, in tale operazione, egli non poteva tralasciare di richiamarsi al rovesciamento, già operato da Saussure, della concezione tradizionale del segno come «segno di qualcosa», alla quale veniva, com’è noto, contrapposta l’idea del totale risultante dall’associazione di un significante a un significato.

Ma quelli che erano gli elementi di una coppia (significante/significato) venivano immediatamente trasformati da Hjelmslev in termini di un rapporto, nei due terminali o funtivi, cioè, (espressione e contenuto) della funzione segnica; nel che sta l’idea giustissima che essi vivano di quel loro reciproco farsi e che non sia opportuno accertarne una «natura» a sé stante, anteriore e indipendente dal legame che li unisce.

Infatti, non soltanto vi è solidarietà tra la funzione segnica ed i suoi terminali
(sicché la prima non può aversi se non in presenza dei secondi, i quali, a loro volta, sussistono solo grazie alla funzione segnica che li istituisce come tali); ma gli stessi due funtivi si presuppongono a vicenda in maniera necessaria: un’espressione è espressione solo grazie al … contenuto, e un contenuto è un contenuto solo grazie al fatto che è contenuto di un’espressione.

Ne consegue che tali entità, definite, come sono, esclusivamente in maniera relativa e oppositiva dalla loro reciproca solidarietà, così che nessuna di esse può essere identificata altrimenti, hanno denominazione del tutto arbitraria e non sussiste nessuna giustificazione per chiamare l’una piuttosto che l’altra… espressione o contenuto.

Precisazione, questa, niente affatto marginale, se si considera la pregnanza di significato che caratterizza solitamente simili termini, e di evidente utilità proprio per quegli studi che vogliono richiamarsi al modello linguistico senza lasciarsi vincolare, però, da intuitive e superficiali analogie ai fenomeni del linguaggio.

In effetti la terminologia di Hjelmslev richiede particolare attenzione, proprio perché l’uso che egli propone dei vocaboli si discosta alquanto da quello più comune nella stessa pratica linguistica. Così è per la distinzione ulteriore che l’autore opera, tanto all’interno del piano dell’espressione, quanto in quello del contenuto, tra forma, sostanza e materia.

A questo proposito Guiraud ci fornisce un esempio che, sebbene sia tratto non da un sistema biplanare, come la lingua, ma da quello monoplanare delle segnalazioni stradali chiarisce con efficacia didascalica la differenza fra i tre concetti. Consideriamo l’indicazione luminosa: arresto di circolazione: diremmo, secondo l’accezione tradizionale, che essa è sostanzialmente un segnale ottico elettrico e formalmente un disco rosso.

Dal punto di vista di Hjelmslev, invece, il disco rosso luminoso che individua il segnale in se stesso costituisce la sostanza, mentre la forma non è che la relazione che esso contrae con gli altri segnali del sistema: nel caso particolare, cioè, il suo distinguersi oppositivamente da un disco luminoso verde o giallo; di qui la necessità di ricorrere ad un terzo termine per indicare la natura ottica ed elettrica del segnale, e potrà adoperarsi, appunto, materia.

La sostanza, insomma, può considerarsi come generata dal calarsi della forma sulla materia: quest’ultima, quindi, che sussiste provvisoriamente come una massa confusa, amorfa e indistinta, viene ad essere organizzata, articolata e suddivisa dall’azione della forma che vi si proietta come una rete che proietti la sua ombra su una superficie indivisa. Solo dopo l’intervento della forma la materia diviene, così, sostanza, ovverosia materia semioticamente formata.

Proprio ciò si verifica, per Hjelmslev, in ciascuno dei due piani della lingua: la forma dell’espressione, intesa, dunque, come struttura astratta di relazioni, trasforma il «continuum» dei suoni esprimibili dalla voce umana in unità di sostanza dell’espressione, in suoni linguistici ben identificabili, grazie appunto alla sua azione distintiva. E va chiarito che tale attività formatrice non è affatto condizionata dalla materia su cui interviene, cosicché, al di qua e al di là di una data frontiera, è possibile individuare un differente numero di suoni linguistici fondamentali.

La stessa cosa può dirsi per la materia del contenuto: è noto, infatti, come le varie lingue ritaglino, nello spettro solare, zone di colore non coincidenti. Si tratterà di una diversità di forma di fronte ad una identità di materia amorfa; insomma è chiaro, per riprendere il paragone precedente, che la medesima superficie indivisa sulla quale il reticolo formale getta la propria ombra può articolarsi diversa-samente, se variano, appunto, le maglie della rete stessa.

Come è stato giustamente obiettato, bisogna rilevare, però, un certo squilibrio tra i due piani, nel senso che la materia del contenuto resta un concetto assai più inclusivo di quella dell’espressione: se quest’ultima può, infatti, identificarsi nel «continuum» sonoro, la prima comprende non più un determinato settore dell’universo, ma l’intera realtà e, in aggiunta, l’intera massa confusa delle percezioni e ideazioni umane. Conseguentemente, la sostanza del contenuto sarà costituita tanto da «cose» che da «concetti», estratti dalla forma dai due «continua» della realtà e del pensiero.

A questo punto è evidente in che modo vada revisionata l’ingenua concezione referenzialistica: il segno non può rimandare a qualcosa che, precedentemente alla formazione linguistica, risulti già distinto e identificabile; la lingua diverrebbe così una nomenclatura o un mazzo di etichette da attaccare a cose preesistenti. Se è solo grazie alla forma che le due masse confuse del contenuto e dell’espressione si articolano e organizzano, il segno deve considerarsi segno delle formazioni operate dalla lingua stessa all’interno delle due materie: cioè segno della sostanza del contenuto e, analogamente, segno della sostanza dell’espressione.

Non resterà, allora, che sostituire all’usuale nozione di segno una definizione suggerita dalla proprietà, che abbiamo constatato, del segno stesso, di formare, tanto nel piano dell’espressione che in quello del contenuto, una data materia. I due funtivi della funzione segnica si sono rivelati, così, all’indagine, entrambi di natura formale la loro interdipendenza stabilisce proprio quella unità di forma dell’espressione e forma del contenuto che chiamiamo segno.
In questo senso, quindi, possiamo attribuire ad Hjelmslev una conclusione che era già di Saussure: e cioè che la lingua è forma e non sostanza.

La quadripartizione hjelmsleviana o le due tricotomie

Proprio per il carattere riduttivo di questa rassegna ci è parso opportuno premettere al discorso più generale un’esposizione, quanto mai breve e semplificata, che introducesse termini e illustrasse concetti meritevoli, peraltro, se non di un approfondimento, almeno di una più attenta considerazione. Cosa che contiamo di fare nel corso di queste pagine, pur limitandoci a quegli aspetti della teoria che rivestano ai nostri fini, un particolare interesse.

Occorre innanzi tutto evidenziare che, nella sommaria trattazione precedente, abbiamo immediatamente affiancato ai termini di forma e sostanza quello di materia, ove la più parte degli autori che in qualche modo si sono richiamati alle distinzioni hjelmsleviane si limitano ad opporre, nella disamina di ciascun piano, a forma, un’unica nozione nella quale vengono a confondersi e, a volte, non solo terminolo-gicamente, tanto la sostanza che la materia.

Il fatto è facilmente spiegabile e, anzi, la responsabilità di un tale equivoco va, in parte, attribuita allo stesso Hjelmslev che, nella sua opera principale, e quindi più conosciuta, I fondamenti della teoria del linguaggio, introduce accanto al termine sostanza quello di materia (mening in danese e purport nella traduzione inglese), ma non ne chiarisce la differenza di significato, avvalorando, anzi, con l’uso che ne fa, l’ipotesi che non si tratti d’altro che di sinonimi del tutto equivalenti.

La distinzione fu resa esplicita solo più tardi, con quel saggio, cioè, La stratification du langage, che costituisce almeno un completamento e un approfondimento dei principi esposti nei precedenti lavori, cui vengono, così, ad aggiungersi ulteriori ipotesi suscitate inevitabilmente da taluni fatti evidenti che saltano agli occhi e che richiedono una spiegazione. Dei quali fatti, appunto uno…, e forse il più saliente, è la molteplicità delle sostanze e cioè la possibilità che ha la forma di manifestarsi in diversi modi, come si può facilmente constatare, ad esempio, nel caso di una pronuncia e di una notazione fonetica corrispondente, dove una sostanza fonematica e una sostanza grafematica sono, dunque, entrambe coordinate alla medesima forma dell’espressione.

Ma l’inverso non è vero: una stessa sostanza, proprio perché è già, per definizione, semioticamente formata, non potrà, ovviamente, rivestire più forme semiotiche distinte.
Hjelmslev ricorre allora al vocabolo materia (o senso) per designare il manifestante in via più generale, vale a dire senza distinguere manifestante semioticamente formato e manifestante semioticamente non formato, che è una nozione del tutto differente; in tal modo si potrà appunto dire, correttamente, che una stessa materia, stavolta (fonica, grafica, tattile che sia), può concorrere a manifestare diverse forme.

Come si vede, quindi, il termine materia, da una parte, nel suo significato più ampio, include la nozione stessa di sostanza, ma, dall’altra, vi contrappone quella «nozione del tutto differente» di manifestante non semioticamente formato cui vogliamo rifarci e che, introdotta nella consueta quadripartizione hjelmsleviana, la trasforma nelle due tricotomie forma/sostanza/materia.

Sembrerebbe che con ciò Hjelmslev voglia ancora moltiplicare, per dirla con Barilli, i passaggi intermedi per allontanare indefinitamente il temuto momento di fissare un ancoraggio su qualcosa di altro dalle forme. E, in effetti, la materia, proprio perché costituisce ciò che è «altro» dalla forma, non rientra nelle definizioni della lingua e non interessa quella scienza linguistica che sulle sole forme può e deve concentrare la propria attenzione.

È come se ci fossero due sponde di materia tra le quali si dispongono i passaggi intermedi di natura formale. Il sogno di Hjelmslev è che tutto questo segmento di operazioni meramente interne («sul ponte») giunga a librarsi come nel vuoto, mantenendosi in piedi da sé, o riconoscendo un aggancio non più che nominale alle sponde materiche, sulle quali vengono abbandonati, perciò, fenomeni, percezioni, esperienze, idee o che altro siano, che la teoria linguistica si rifiuta di considerare, trattandoli come degli ineffabili, o meglio degli inattingibili.

Ma Hjelmslev vuole esclusivamente proclamare le ragioni della lingua quale totalità autosufficiente che può, quindi, essere adeguatamente descritta solo da una scienza linguistica disposta a liberarsi, in maniera definitiva, dalla pesante zavorra dei fattori eteronomi. Da ciò il rifiuto di ogni rimando esterno, di qualunque postulato non necessario che possa vincolare la teoria ad una realtà posta fuori dal linguaggio.

Così, egli si dimostra rigoroso nei riguardi dello stesse Saussure: all’affermazione del linguista ginevrino che la lingua elabora le sue unità costituendosi tra due masse amorfe, il piano indefinito delle idee confuse e quello non meno interminato dei suoni, ribatte che non è possibile proclamare la precedenza logica o cronologica, rispetto al linguaggio, del pensiero come della catena sonora.

E De Mauro, nel suo commento al Corso, riconosce legittimo l’appunto che la tesi della nebulosità prelinguistica della «pensée» è dimostrabile solo dopo «l’apparition de la langue»… Infatti, proprio in coerenza con la tesi che si vuol sostenere, occorre dire che non incontriamo mai un possibile contenuto di pensiero linguisticamente ancora informe, e tale da consentirci di dire che, prima della lingua, il pensiero è o no informe.

Nello spirito della stessa lezione di Saussure è evidente che la sostanza, dipendendo in maniera esclusiva dalla forma, non può sussistere autonomamente. Sicché, addirittura, la materia rimane, ogni volta, sostanza per una nuova forma, e non ha altra esistenza possibile al di là del suo essere sostanza per questa o quella forma.
Un’affermazione radicale, quindi, che, ribaltando i termini, indurrebbe a pensare che si vogliano perfino subordinare al linguaggio le condizioni stesse dell’esistenza o, almeno, della conoscibilità del reale.

Ma, in effetti, come ha dimostrato il Graffi, Hjelmslev non esclude minimamente l’esistenza di una fonazione autonoma, la produzione, cioè, di suoni considerati non quali manifestanti di unità linguistiche formali, ma come puri fenomeni fisici, in quanto tali passibili di analisi.

E allo stesso modo sarebbe inesatto ritenere che si affianchi a Sapir e Whorf nel negare al pensiero un’esistenza indipendente dal linguaggio; infatti, come Hjelmslev stesso dichiara esplicitamente in un suo saggio, intitolato appunto Sprog og tanke (Linguaggio e pensiero), il linguaggio non costituisce che la forma delle abitudini di pensiero; al di là, quindi, del pensiero linguisticamente articolato rimane pur sempre un universo confuso di percezioni e ideazioni, il cosiddetto pensiero inarticolato, suscettibile di uno studio psicologico del tutto svincolato da premesse linguistiche.

In definitiva, la materia (tanto dell’espressione quanto del contenuto) sussiste indipendentemente dalla lingua e, ancora indipendentemente, può, anzi, deve essere formata, almeno a un grado che consenta di distinguerla dalle altre materie. E questo perché la formazione della materia diviene premessa necessaria per la sua esistenza; ma, si badi, per la sua esistenza scientifica.

La «sostanza» in senso ontologico resta un concetto metafisico e Hjelmslev è troppo avvertito per perdersi in considerazioni del genere: quello che, secondo la sua rigorosa impostazione strutturalista, gli interessa affermare è che ciò che è conoscibile è proprio la rete di dipendenze istituita da una forma, senza pronunciarsi, però, sul fatto se tale struttura sia «in sé» nelle cose o non piuttosto nella mente umana.

La materia è dunque in se stessa inaccessibile alla conoscenza, poiché la premessa di ogni conoscenza è un’analisi di qualche tipo; la materia si può conoscere solo attraverso una qualche formazione e non ha quindi esistenza scientifica indipendente da tale formazione.
D’altra parte, però, la linguistica non può riconoscere precedenti formazioni della materia; in tal caso dovrebbe fondarsi su di esse, sacrificando così la propria autonomia: appunto ciò che Hjelmslev vuole assolutamente evitare.

Sicché, i due «continua» dell’espressione e del contenuto potranno benissimo essere analizzati in base a premesse psicologiche o acustiche che ne rivelino la forma; ma essi, totalmente amorfi dal punto di vista linguistico, non avranno, proprio da tale particolare angolazione, alcuna esistenza scientifica (nel senso di conoscibilità) e non resterà, allora, che considerarli esclusivamente come «potenzialità» di sostanza, come «insieme di possibilità» attualizzate dalla forma.

Insomma, la materia linguistica può definirsi in se stessa solo come ciò che è suscettibile di formazione, di qualunque formazione. Così si legge nei Fondamenti, a proposito dell’espressione, che grazie in particolare alla straordinaria mobilità della lingua, le possibilità sono indefinitamente ampie, ma ciò che è caratteristico è che ogni idioma pone le proprie suddivisioni particolari entro questo indefinito numero di possibilità, il che viene interpretato, a nostro parere giustamente, da Barilli, come l’invito a distinguere … tra le mere potenzialità articolatorie fonatorie dell’uomo, e quelle stesse potenzialità una volta che vengano «attualizzate», vale a dire formate appunto dalla forma dell’espressione propria di ciascuna lingua.

E lo stesso si verifica nell’altro piano, quello del contenuto, dove, come osserva De Mauro, ciascuna lingua, in un suo modo, secondo un suo sistema di forme, riduce a sostanza del contenuto … la massa delle possibili esperienze.

Confrontiamo adesso quanto è emerso dalle considerazioni fatte e l’applicazione proposta da Eco del modello hjelmsleviano all’architettura; nel testo cui facciamo riferimento, e cioè Le forme del contenuto, l’autore si limita a distinguere, all’interno di ciascun piano, una forma e una sostanza: cosa debba intendersi, nell’ambito particolare prescelto, con tali termini è chiarito poco più avanti: in architettura il fatto di articolare un certo spazio in un certo modo significa suddividere tutte le possibili articolazioni e disposizioni spaziali (sostanza dell’espressione) secondo un sistema di opposizioni (forma dell’espressione) al fine di comunicare, tra tutte le possibili funzioni che l’uomo può espletare nel contesto della cultura (sostanza del contenuto) una serie di funzioni precisate e definite da un sistema di unità culturali (il sistema dei sememi) che rappresenta la forma del contenuto.

È immediatamente evidente, tralasciando per ora ulteriori considerazioni, come l’autore assegni alla sostanza quel ruolo di «insieme di possibilità» («continuum» delle possibili articolazioni spaziali, e «continuum» delle funzioni espletabili nel contesto culturale) che spetterebbe, più correttamente, alla materia: è nella materia dell’espressione, infatti, che la forma relativa (un particolare sistema di opposizioni) trasceglierebbe una determinata articolazione spaziale, mentre, allo stesso modo, nella materia del contenuto un sistema di unità culturali individuerebbe e selezionerebbe una ben precisa funzione.

Anche Koenig, come può dedursi dal suo articolo-intervento sulla linguistica architettonica, pubblicato nel gennaio scorso, si rifà alla «quadripartizione» hjelmsleviana partendo da premesse, per certi versi, analoghe a quelle di Eco; il che rende particolarmente interessante il confronto.

Egli pure relega, infatti, l’aspetto funzionale dell’oggetto architettonico sul piano del contenuto ma, differentemente, sembra identificare la sostanza in una funzione specifica, cioè in una ben precisa occorrenza pratica cui il manufatto dovrebbe rispondere; ad esempio: dare una scuola ad un certo numero di ragazzi. Con l’intervento della forma permane, però, ugualmente una scelta: non più stavolta tra le funzioni possibili, visto che la funzione è determinata, ma tra i possibili modi d’intendere tale funzione.

Qui rientra la scelta intenzionale e, conseguentemente, la responsabilità dell’autore: sicché la stessa funzione su citata quale sostanza del contenuto si «trasforma» (il termine è di Koenig) in forma del contenuto (sottolineare lo sviluppo fisico e mentale delle alunne) nel liceo femminile di Lünen di Scharoun.

La forma è intesa, quindi come il modo di organizzarsi della sostanza, e cioè: il modo in cui viene interpretata la funzione, e, analogamente, sull’altro piano, la maniera secondo la quale si strutturano i «choremi archici», ovverosia le unità spaziali significanti. Non senza una certa corrispondenza tra tali operazioni nei due piani, cosicché, richiamandoci all’esempio precedente, le diverse esigenze (principalmente psicologiche) delle allieve del ginnasio, rispetto a quelle del liceo, si riflettono nelle stesse aule, differentemente congegnate.

Anzi, per Koenig, le due strutture — forma dell’espressione e forma del contenuto — devono essere omologhe e tale metodo di lettura si rivela, in realtà, un vero e proprio criterio operativo; l’importante è che la forma dell’espressione segua quella del contenuto senza pregiudizio alcuno, con una sequenzialità, quindi, logica prima che temporale. Si viene a perdere, così, l’indipendenza della forma dell’espressione che, da funtivo autonomo, si riduce al «rispecchiamento» (per dirla con Koenig) della forma del contenuto; una simile conclusione è estranea a Hjelmslev che, come sostiene l’arbitrarietà della forma rispetto alla materia, ovverosia della funzione di manifestazione, la ribadisce anche per la funzione semiotica che riunisce le due forme.

Secondo Brandi è appunto la resistenza ad accogliere il principio dell’arbitrarietà che ha portato a voler giustificare l’origine della lingua con l’onomatopeia, quella delle arti figurative con la mimesi e quella dell’architettura con la rispondenza dell’edificio alla funzione, donde una sua esegesi in chiave semantica.

Ma qui non si tratta tanto di spiegare la motivazione originale del linguaggio architettonico, quanto di riproporre la iconicità del linguaggio stesso, che si articolerebbe, quindi, in maniera per qualche aspetto simile o, comunque, in modo non del tutto convenzionale rispetto ai significati funzionali che veicola: iconicità che consisterebbe proprio nell’esprimere attraverso lo spazio la funzione, o meglio, nel denunciare, a livello di espressione architettonica, alcune scelte in fondo di carattere principalmente ideologico.

Iconicità programmatica, dunque, che, al di là di un’analisi linguistica, diviene un modo più che di «vedere» l’architettura di «predicarla» nella realtà di oggi, con un richiamo, coraggioso e significativo, alla coerenza. E in quanto tale è un messaggio che non va sottovalutato.

Funzioni interne e funzioni esterne dell’architettura

Cerchiamo, adesso, di esaminare quali problemi comporterebbe una più rigorosa applicazione dei principi della teoria hjelmsleviana all’ambito architettonico.
Abbiamo precedentemente accennato a come l’autore dichiari più volte di ritenere utile e necessario che diverse discipline si concentrino intorno a un’impostazione dei problemi, che sia linguisticamente definita…, investigando entro che limiti ed in qual modo i propri oggetti possano subire un’analisi che si adegui alle esigenze della teoria linguistica. Così si potrà forse arrivare a illuminare in maniera nuova queste discipline, ed esse potranno arrivare ad un riesame dei propri metodi.

Il principio che, comunque, Hjelmslev, coerentemente al suo credo strutturalista, ritiene immediatamente generalizzabile è quello di pertinenza esclusiva delle funzioni per l’analisi: un qualsiasi oggetto, cioè (per la teoria linguistica un testo), non andrà scomposto materialmente in parti, a loro volta suddivise in parti ulteriori, ecc.; ma di esso si dovrà, piuttosto, cogliere quel reticolo funzionale che ne costituisce la struttura.

Una totalità non consiste di cose, ma di rapporti; infatti le parti di un sistema possono definirsi soltanto in base alle dipendenze che contraggono con le altre parti e con il tutto; sicché, a ben guardare, gli oggetti non si rivelano nient’altro che intersezioni di fasci di tali dipendenze, o, per dirla in modo al tempo stesso più esatto, più tecnico e più semplice, una rete di funzioni.

Come si sarà già notato, il termine «funzione», nell’uso che ne fa l’autore, si discosta alquanto dal significato che abitualmente assume in linguistica; ad esempio, dal modo in cui l’intende il Bühler (che riconosce nel linguaggio le funzioni di espressione, appello e rappresentazione) o Jakobson (che individua, nella comunicazione, una funzione-destinatore e una funzione-destinatario), lo stesso Martinet (funzione come modo di usare gli elementi linguistici) o, più in generale, la cosidetta linguistica funzionale che riporta i fenomeni linguistici alle funzioni (bisogni, istinti, ecc.) da cui si presume siano determinati.

In Hjelmslev il vocabolo assume piuttosto il senso logico matematico di rapporto, con la conseguente distinzione ulteriore tra «funzioni interne» caratteristiche di un oggetto, e cioè le dipendenze contratte tra le sue parti stesse, le sole di stretta competenza dell’analisi, e le assai più generiche «funzioni esterne», costituite, nel caso della lingua, da i suoi rapporti con i fattori non linguistici che la circondano, tra le quali rientrerebbero, secondo il Graffi, anche i tipi di funzione su nominati.

Una simile differenziazione si rivela molto utile, ai nostri fini, proprio per chiarire il ruolo da assegnare, in una disamina strutturale dell’architettura, alla funzione, in tutte le accezioni del termine storicamente determinatesi; eccezion fatta esclusivamente per la funzione intesa come «organizzazione interna del manufatto», viceversa la sua adeguazione a certi usi, le occorrenze materiali o psicologiche cui si suppone o si necessita che esso soddisfi si individuano mediante i modi della fruizione, si stabiliscono nei rapporti più generali con l’utenza, cioè nelle «funzioni esterne» che l’oggetto stesso contrae.

Occorrerà, insomma, tenere separati, per rifarci ad una distinzione operata da A. Moles per i prodotti del design, gli aspetti di «complessità strutturale» da quelli di «complessità funzionale», le relazioni linguistiche che presiedono dall’interno alla costruzione dell’oggetto, e le relazioni esterne … al cui fine l’oggetto si costituisce come mezzo per, come strumento. Se le lingue non si possono descrivere… in base al fine che loro generalmente si attribuisce… ma in base alla loro struttura interna, sono appunto le dipendenze che essa comporta a dover essere poste in evidenza e, prima d’ogni altra, la funzione segnica, la funzione principale, quella che serve a distinguere il sistema semiologico da ogni altro sistema e che ne costituisce la differentia specifica e il tratto fondamentale.

Ciò comporta, ovviamente, l’individuazione preliminare, anche all’interno dell’ambito architettonico, dei due funtivi più generali che la istituiscono con la loro simultanea presenza. Da quanto detto appare ovvio che non seguiremo qui quelle interpretazioni che identificano un piano con l’organizzazione del manufatto, e l’altro con la funzione che esso stesso consente o promuove.

Voler introdurre la funzione all’interno della definizione formale di segno conduce, inevitabilmente, a due conclusioni: o a considerarla come un autonomo fattore della struttura dell’oggetto, una sua proprietà «in sé» e non in relazione all’uso; o ad incorrere nelle difficoltà che già Eco registrava e che lo costringevano a concludere, tanto più considerando la funzione come unità culturale, che, mentre significanti e significati appartengono entrambi all’area della lingua, viceversa, se le funzioni sono i significati dei significanti architettonici, il sistema delle funzioni non appartiene al linguaggio architettonico, bensì se ne sta fuori.

Più corretto sembra allora assimilare i terminali della funzione segnica dell’architettura ai due piani dell’esterno e dell’interno, tornando, dunque, alle proposte di De Fusco in Segni, storia e progetto dell’architettura. Com’è noto, l’autore si richiamava al modello saussuriano, ma riteniamo che non poche ipotesi avanzate possano trovare, nella teoria di Hjelmslev, una conferma più rigorosa e uno sviluppo.

Vogliamo subito sottolineare che proprio l’aver trasformato in termini relativi ed oppositivi di un rapporto quelli che erano gli elementi di una coppia consente di ribadire il legame di presupposizione reciproca tra interno ed esterno, sicché non sembra necessario relegarli, come fa Brandi, nello stesso piano e, addirittura, nel medesimo strato. Per tale autore, interno ed esterno, condizioni stesse inseparabili della spazialità architettonica… separatamente non corrispondono, neanche per metafora, a un piano dell’espressione e a un piano del contenuto; viceversa, è proprio assumendoli come tali che se ne afferma quella solidarietà, per cui non ci può … essere, tranne che per un’artificiale separazione, un contenuto senza un’espressione, né un’espressione senza un contenuto.

Per la glossematica, infatti, la funzione che istituisce il segno non è, a differenza dell’opinione comune, un rapporto tra due entità l’una delle quali designi l’altra, ma un’interdipendenza che non ci permette di analizzare un termine senza prendere in considerazione anche il suo correlato.

Una tale definizione consentirà, dunque, di superare l’ovvia resistenza specifica che oppongono ad ogni tentativo di estensione nozioni intuitive, legate all’esperienza linguistica in senso stretto, quali «senso», «significato», ecc., annullando conseguentemente l’impressione che l’equivalenza interno = significato, corrisponda a privilegiare (come obietta Brandi) questa sola dimensione dell’opera architettonica, a tutto discapito dell’altra. Cosa che, d’altronde, abbiamo motivo di ritenere non essere affatto nelle intenzioni di De Fusco, dal momento in cui sostiene: nell’associare la dicotomia saus-suriana a quella spazio esterno-interno, non intendiamo stabilire una corrispondenza di termine a termine, bensì una equivalenza tra i due binomi nella loro valenza totale.

Sembra coerente con tale assunto puntare, allora, per la determinazione del segno architettonico, sul risultante complessivo del rapporto fra i due termini; ad esso toccherà formare, tanto nel piano dell’esterno che in quello dell’interno, qualcosa di materiale, organizzare, cioè, un involucro e uno spazio mediante un opportuno sistema di relazioni.

Le due facce di quell’unità che chiamiamo segno sono, insomma, entrambe di natura puramente formale, si identificano, cioè, in classi funzionali determinate esclusivamente dalle «funzioni» esistenti tra gli elementi delle classi stesse, i quali elementi andranno considerati, come dice Garroni, non come semplici derivati mediante l’astrazione di dati materiali, sebbene ad essi siano ovviamente coordinabili, ma come elementi definiti dalle loro mutue dipendenze.

Occorrerà, così, nell’analisi, encatalizzare la forma alla sostanza, ovvero sia riconoscere, dietro a ciò che risulta immediatamente percepibile con i sensi (l’involucro concreto e lo spazio interno praticabile), la relativa conformazione plastica e conformazione spaziale, la cui interdipendenza stabilisce il segno, mentre ciascuna è, a propria volta, individuata dalle reciproche relazioni tra i suoi componenti.

La valorizzazione di questo aspetto formale, astratto, dall’analisi non può essere assolutamente trascurata nel richiamarsi alla teoria hjelmsleviana, e difatti l’autore si risolse a coniare il nuovo termine di glossematica proprio per designare, polemicamente, un diverso modo di porsi di fronte alla lingua.

In opposizione ai metodi descrittivi dei tradizionali studi linguistici, egli proponeva una scienza dell’espressione che non fosse una fonetica e una scienza del contenuto che non si identificasse con una semantica, ma che risultassero entrambe, costruite su base interna e funzionale; in definitiva, si postulava una scienza linguistica della forma, un’algebra della lingua che operasse con entità arbitrariamente denominate, senza designazione naturale.

Gli elementi della struttura della lingua ricordano a Hjelmslev i simboli con cui si opera in algebra: a, b, x, y, z, ecc. Da qui, anzi, la preferenza accordata, secondo Barilli, agli aspetti dell’esercizio linguistico più affinati e spirituali, più algebrici, in tutto simili a brevi notazioni valide solo per il loro valore relazionale, prive di consistenza intrinseca, come sono in genere le varie forme di registrazione grafica, in contrapposizione, quindi, a Saussure, il quale, invece, come si sa, non ha alcuna esitazione a recuperare l’intero comportamento orale-aurale, nonostante la sua materialità.

In realtà, quest’algebra della lingua, cui i Fondamenti non dovevano costituire che la sola premessa, non fu mai esplicitamente formulata da Hjelmslev; una tale operazione venne tentata dal suo collaboratore H. J. Uldall nella seconda parte, intitolata, appunto, Glossematic Algebra, del suo Outline; esperimento che non incontrò, allora, il favore dello stesso Hjelmslev e che oggi non si esita a definire sostanzialmente un fallimento: è il rischio implicito in tutte quelle costruzioni totalmente astratte, edificate con il rigore di una teoria matematica, che non si confrontino, però, continuamente con i fenomeni reali.

Ma a noi qui interessa soltanto richiamarci al principio ispiratore del pensiero hjelmsleviano, e alla conseguente necessità di descrivere il manufatto architettonico in base ai rapporti, che lo regolano dall’interno, tra i suoi diversi componenti; i quali, a loro volta, andranno individuati, in un piano come nell’altro, esclusivamente sulla scorta di definizioni funzionali, senza alcun riferimento alle loro proprietà intrinseche, prescindendo cioè dalla sostanza, dalla manifestazione concreta.

Viceversa Eco, pur avendo assimilato la forma dell’espressione architettonica ad un sistema di opposizioni, propone un’analisi componenziale del segno /colonna/ in cui il morfema complessivo (il significante) viene scomposto non in elementi che si colgano mediante le mutue dipendenze, ma in marche morfologiche descritte e catalogate in base alle caratteristiche che presentano visibilmente, cioè secondo la loro forma esterna: si identificano così il (capitello), che può essere (dorico), (ionico), (corinzio), o (con figure), il (fusto), che avrà un’(altezza), un (peso), un (diametro) e sarà (liscio) o (ruvido) o (scanalato), ecc.

Ma un inventario si può compilare solo in conformità con le funzioni e Hjelmslev rimproverava, infatti, alle scuole di linguistica a lui contemporanee di operare divisioni in categorie (ad es. vocali e consonanti) richiamandosi a criteri fisiologici o fisici e, quindi, non linguistici.

D’altra parte è comune a tutto l’indirizzo strutturalista l’identificazione degli elementi … in quanto esercitano le loro funzioni all’interno di un sistema … strutturato di rapporti reciproci, sia sintagmatici (cioè nella catena del discorso), sia paradigmatici (cioè nell’ambito delle scelte diverse che, ad ogni anello costitutivo della catena, si possono compiere).

Pertanto si potrà individuare l’entità «colonna» o «colonnato» solo perché «funziona» in una certa maniera (secondo il significato etimologico del termine funzione), cioè assume un determinato ruolo, occupa una certa posizione nella «catena», contraendo con gli altri componenti dell’involucro (di copertura, di calpestio, di contenimento laterale ecc.) con i quali coesiste, relazioni di vario genere: di presupposizione reciproca, o di presupposizione unilaterale o dipendenze più libere, che si hanno quando due termini non entrano in rapporto di presupposizione ma sono, a differenza di altri elementi, tra loro compatibili.

Anche la descrizione del piano del contenuto dovrà compiersi con il solo uso dei tre rapporti fondamentali individuati (si pensi, per esempio alla presupposizione unilaterale tra transetto e navata o all’interdipendenza tra navata ed abside nella chiesa romanica), sebbene la ricerca degli elementi dello spazio interno sarà resa più complessa dall’assenza di una adeguata terminologia che non si richiami, come avviene per lo più, alle «funzioni esterne» degli ambienti, alla loro destinazione pratica.

Certo, un’analisi che si fondi esclusivamente sulle dipendenze interne, senza riguardo al concreto manifestarsi degli elementi, non è priva, in generale, di difficoltà: tant’è che alcuni linguisti hanno messo in dubbio la possibilità, o almeno l’utilità, di definizioni che prescindano dalla sostanza. Così, ad esempio, non potrebbe cogliersi, se non sul piano di considerazioni acustiche, la differenza tra «p» e «k», visto che entrambe contraggono le medesime funzioni, e, ancora di più, per il contenuto richiamarsi al significato parrebbe indispensabile.

Come che sia, ci sembra necessario considerare — come dice De Fusco — la possibilità di analizzare e descrivere l’oggetto architettonico tramite un numero limitato di elementi, ordinandoli in classi, secondo la loro facoltà combinatoria: ovvero sia la classificazione di tali figure — col quale termine hjelmsleviano si indicano i «non segni» o «sottosegni» che costituiscono «parti di segni» —, non può basarsi sulla loro forma (esterna), che varia da un edificio all’altro, dall’uno all’altro segno, bensì sulla natura che conferisce ad esse la loro funzione, nel senso più ampio del termine; soprattutto la classificazione delle figure si fonda sulla loro costante presenza, sul fatto che molte di esse assumono il ruolo di invarianti del linguaggio architettonico.

Insomma, l’analisi di un qualunque testo architettonico (inteso com’è nei Fondamenti, in senso ampio, non solo cioè come singola opera, ma anche quale gruppo di opere di un certo autore o come l’intera produzione di un determinato periodo, ecc.) mira a rilevare il sistema, la «lingua» che vi sottostà; sicché gli elementi, proprio perché sono stati individuati con un criterio funzionale, potranno essere ordinati in classi secondo le possibilità di combinazione e costituire, tutti coloro che hanno la facoltà di occupare la medesima posizione nella catena (ad es., pilastro, colonna, parete portante, ecc.), dei veri e propri paradigmi.

Come invarianti, poi, si definiranno quei membri appunto di un paradigma il cui scambio nel piano dell’espressione, come del contenuto, determina inevitabilmente un cambiamento nel piano opposto. Infatti, se abbiamo definito il segno architettonico come «unità» di conformazione plastica e conformazione spaziale, le due classi funzionali, che abbiamo identificato fin qui, andranno, a loro volta, interrelate nella funzione segnica; sicché l’analisi che si era precedentemente differenziata per l’espressione e per il contenuto torna a considerare, come proprio oggetto specifico, appunto il rapporto tra le due forme.

Ovviamente, nell’operazione di classificazione non si potrà non tener conto delle regole di costruzione, le quali impediscono d’inserire un qualunque elemento in un qualsiasi paradigma e, quindi, impongono certe restrizioni alla combinabilità dei componenti e, conseguentemente, alla formazione dei segni; regole che, nel nostro caso, di là dall’essere dettate esclusivamente da ragioni statiche e distributive, rispondono alla più generale convenzione culturale dell’epoca, per cui l’accostamento di due elementi viene avvertito come «scorretto» (L’Alberti sconsigliava, ad esempio, l’uso dell’arco su colonne, anziché su pilastri, ma anche da ambiti non capziosamente favorevoli quali l’architettura classica potrebbero trarsi numerosi esempi di norme combinatorie e compositive che, sebbene non esplicitamente codificate, non risultano, tuttavia, per questo, meno cogenti).

Encatalizzando ad un testo il sistema corrispondente, si è così scoperto il meccanismo meravigliosamente pratico della lingua i cui cardini restano, dunque, gli elementi primari e le regole di costruzione; una volta individuato il comune denominatore, sarà possibile la lettura di tutte le opere riportabili al medesimo sistema; non solo, ma combinando variamente una «manciata di elementi», secondo le regole desunte, si avrà la possibilità di formare una serie infinita di nuovi segni.

L’analisi sconfina, dunque, nella progettazione, sempre riconducibile, in definitiva, alla manipolazione di certi elementi costanti secondo date norme culturali. Proprio per rendere operativa la ricerca semiologica sarà necessario determinare non solo gli elementi formali, ma anche le regole combinatorie del moderno linguaggio architettonico.

Infatti è certo che ogni previsione sul futuro del fare architettonico… risulta impensabile senza… l’adozione di nuove norme; le quali, appunto per la proprietà d’introdurre un sistema di ostacoli, di costrizioni, di resistenze, che ordinano le infinite possibilità, divengono stimoli all’attività creatrice, si pongono, per dirla con Valéry, come le «condizioni stesse della costruzione».

Del resto il fatto che la recente cultura architettonica le abbia rifiutate non significa che abbiano costruito senza norme: sono state semplicemente imposte da un codice più ottuso, quello dell’economia di profitto e del potere amministrativo. Sta a noi decidere se vogliamo occuparci seriamente di un tale problema o delegare altri.

Infine, per ciò che riguarda gli elementi primari, è ovvio che risulti proficuo, secondo le finalità individuate, sottoporre ad un criterio di «economia» gl’inventari di non segni: per essere adeguata una lingua deve essere anche facile da impiegare, pratica da apprendere e da usare; occorrerà quindi «ridurre» la sua illimitata ricchezza al numero il più ristretto possibile di invarianti minimi.

Si badi, però, che tale operazione va compiuta, secondo Hjelmslev, per entrambi i piani di una lingua; cioè non ci si dovrà limitare all’individuazione delle figure dell’espressione (o cenemi, unità vuote) ma occorrerà integrarla con la ricerca delle figure del contenuto (o pleremi, unità piene); e ciò mentre la doppia articolazione del Martinet prevedeva, com’è noto, l’ulteriore analizzabilità della sola faccia significante dei segni minimi.

C’è da chiedersi, comunque, se, conformemente al metodo illustrato, ovverosia mediante un’analisi continuata in base alle funzioni, risulterà possibile risolvere anche il piano dello spazio interno in componenti con mutue relazioni, che siano più piccoli dei contenuti dei segni minimi. È una questione, questa, che non affronteremo qui, limitandoci a ricordare che anche per il linguaggio tale ricerca degli «atomi» del contenuto, che Hjelmslev si limitò ad auspicare, costituisce in effetti il punto più problematico della sua teoria.
Come conclude Lepschy in realtà, non solo non si hanno analisi soddisfacenti, ma non si sa neppure se tali analisi siano possibili, se ci siano entità minime discrete di contenuto, o se invece il contenuto non sia il dominio del continuo piuttosto che del discreto… Ma il problema dell’esistenza e dell’eventuale identificazione degli elementi pertinenti del contenuto è reale.

I livelli della sostanza

Nel paragrafo precedente abbiamo molto insistito sul fatto che, secondo una corretta assunzione del pensiero hjelmsleviano, l’analisi dovrebbe concentrarsi esclusivamente sull’aspetto formale dell’oggetto, ovvero sia sulla sua struttura relazionale interna, descritta in base alle sole dipendenze tra i diversi elementi e senza rimandi al modo in cui questi ultimi si manifestano sensibilmente.

È ovvio, a questo punto, obiettare che una simile indagine si rivela assai limitata; e risulterebbe tanto più assurdo considerare proprio il manufatto architettonico, che sappiamo con quanto diritto vada inserito in più ampie considerazioni, esclusivamente come un meccanismo autonomo regolato da sue proprie leggi.

In effetti, sviluppare in un senso così rigoroso i principi dello strutturalismo, e cioè limitare l’attenzione sul sistema, indipendentemente dalla sua realizzazione, può condurre a isolare il linguaggio dagli altri fattori umani, trasformandolo così, da elemento vivo, in qualcosa di assolutamente astratto e immobile, rispetto ad una società, di cui pure è prodotto, ben altrimenti reale e costantemente in evoluzione.

Non senza ragione si è potuto rimproverare agli strutturalisti di librarsi troppo spesso nella stratosfera senza preoccuparsi delle realtà concrete di cui la linguistica si sostanzia.

Ma non è un appunto che può muoversi a Hjelmslev, il quale prevede che allo studio della forma della lingua, della quale si preoccupava di difendere l’indipendenza in quanto struttura «sui generis», si affiancasse, con piena legittimità, l’esame della stessa sostanza.

In altri termini, la glossematica non esclude dalla linguistica lo studio della sostanza come tale — né rifiuta un’indagine degli altri aspetti connessi al linguaggio — intende semplicemente ascrivere questi fenomeni ad uno specifico livello dell’analisi linguistica.

Si tratterà adesso di specificare cosa debba intendersi più precisamente con il termine «sostanza». In effetti ci siamo già sufficientemente soffermati sulla necessità di distinguere la materia quale «non semioticamente formata» dalla sostanza che proprio come tale si definisce.

Viceversa, ciò che fino a questo momento non risulta affatto chiaro è la differenza tra forma e sostanza, potendosi addirittura supporre, in base a quanto detto sin qui, che la forma venga riassorbita totalmente nella nozione di sostanza; costituisca, cioè, semplicemente la forma della sostanza. Nello schema hjelmsleviano si verificherebbe così una sovrapposizione e, apparentemente, con la distinzione dei due termini, si peccherebbe contro il requisito di semplicità della trattazione.

In realtà non è così: forma e sostanza vanno necessariamente separate in quanto che costituiscono due diverse gerarchie relazionali. E spieghiamo meglio: individuando per la lingua, oltre alla forma e alla sostanza, anche una materia, non abbiamo però precisato che il ricorso a tale terzo termine, non è affatto necessario nella maggior parte delle scienze empiriche, che hanno lo scopo di enucleare un sistema di relazioni (forma) in un materiale dato (materia o sostanza, indifferentemente). In tali casi l’accezione stessa dei due vocaboli (forma e sostanza) coinciderebbe con quella assai più generale in cui l’intese Saussure.

La «forma», in questo senso generale, si definisce come l’insieme totale ma esclusivo dei tratti che, secondo l’assiomatica scelta, sono costitutivi delle definizioni. Tutto ciò che non è compreso in una tale forma, ma che di tutta evidenza apparterrà a una descrizione esaustiva dell’oggetto studiato, è relegato a un’altra gerarchia che in rapporto alla «forma» gioca il ruolo di «sostanza».

Come può intuirsi «forma» e «sostanza», così definite, sono dei termini relativi e non assoluti, nel senso che, intrapreso, da un altro punto di vista, lo studio della «sostanza», questa diviene, a sua volta, una «forma», anche se d’un grado differente, il cui complemento è nuovamente una «sostanza», comprendente, ancora una volta, i residui che non sono stati accettati come i tratti costitutivi delle definizioni.

Adesso forma e sostanza semiotiche non costituiscono, in effetti, che un caso particolare di questa distinzione generale, nel senso che anche alla sostanza semiotica è encatalizzabile, mediante l’analisi, una sua «forma» diversa dalla forma linguistica vera e propria.

La sostanza, insomma, si rivela ancora come un tutto che è in sé funzionale, cioè dotato di una propria rete di dipendenze; sicché, nell’esame di tale strato, ciascuna unità dell’espressione fonica, ad esempio, cioè, ogni singolo suono, andrà stavolta caratterizzato in rapporto a categorie del tipo: sonoro: sordo, nasale: orale, ecc. Così facendo se ne coglierebbe però soltanto l’aspetto fisiologico (o articolatorio), trascurando gli ulteriori aspetti che esso invece presenta.

Nei Fondamenti si legge: si può considerare la sostanza di tutti e due i piani, sia in termini di entità fisiche (suoni sul piano dell’espressione, cose sul piano del contenuto), sia in termini della concezione che di tali entità hanno gli utenti della lingua.

Sicché la descrizione fisiologica dell’unità di sostanza fonica prima considerata dovrà essere integrata con la descrizione da appercezione, stabilita in base a un differente repertorio di categorie quali, ad esempio, alto: basso, forte: debole, lungo: breve, ecc., e con la descrizione fisica od acustica vera e propria analogamente organizzata. Insomma, all’analisi … il tutto si presenta giustamente comportante diversi aspetti o livelli che si corrispondono e si completano e che l’analisi deve rivelare.

Tornando all’architettura e considerando, ad esempio, la scatola plastica di un edificio, vediamo come all’analisi funzionale precedentemente illustrata sia adesso lecito aggiungere una descrizione del livello fisico o tettonico, accompagnata da una disamina in qualche modo legata alla percezione; anzi, secondo Garroni, la percezione in senso stretto potrebbe essere riportata alla considerazione della sostanza nel suo livello socio-biologico, ove tale dicotomia all’interno dello stesso livello sembrerebbe rispondere in qualche modo alle due direzioni della psicologia transazionale e della psicologia della forma, mentre il livello d’appercezione (trattandosi, appunto, di percezione cosciente) riguarderebbe la percezione

Inoltre, nell’esame di tale terzo livello, bisognerebbe tener conto, secondo Hjelmslev, di diversi fenomeni d’ordine psicologico o più generalmente culturale, quali, ad esempio, le sinestesi, ovvero sia le associazioni suggerite dall’apparenza esterna delle designazioni, dall’immagine sonora o grafica di una lingua. Ad esempio, le tre parole inglesi «little» piccolo, «bit» pezzetto, e «kid» bambino, potrebbero suscitare l’idea di una certa corrispondenza tra il suono «i» e l’idea della «piccolezza».

Gli antichi seguaci di Eraclito avevano, anzi, proprio tentato di attribuire alla sonorità un valore rappresentativo naturale (la «i» esprimerebbe la leggerezza, «d» e «t» l’arresto ecc.). E conosciamo ancora meglio quali implicazioni siamo soliti attribuire alle caratteristiche fisiche di un oggetto architettonico, interpretando, anche ingenuamente a volte, i «significati» di linee verticali e orizzontali, di colori o qualità materiche ecc., in base a tipi di associazioni più o meno stabilizzatesi nell’uso collettivo.

Insomma, in quella operazione che possiamo definire di «mediazione» dal segno (formale) all’oggetto referente (concreto), compiuta dai diversi livelli della sostanza, sembra esista un certo ordine gerarchico, secondo il quale, come livello primario e immediato, andrebbe considerato quello valutativo che, anzi, per Hjelmslev, costituisce la sostanza per eccellenza, la sola sostanza… che dal punto di vista semiotico sia immediatamente pertinente.

Passiamo infatti ad esaminare la sostanza del contenuto: avremo anche qui un livello fisico che è quello proprio della «cosa» significata (cavallo, cane, montagna, ecc.), ma non è affatto mediante la descrizione fisica della cosa significata che si arriverà a caratterizzare utilmente l’«uso semantico» adottato in una comunità linguistica e appartenente alla lingua che si vuole descrivere, è viceversa mediante le valutazioni adottate da questa comunità, i giudizi collettivi, l’opinione sociale.

Riportata nel nostro ambito una simile affermazione ci stimola a chiarire i rapporti tra dimensione semantica e dimensione d’uso dell’oggetto architettonico. Ci riferiamo alla sostanza, ad un contenuto, cioè, non più considerato formalmente, ma che è, finalmente, spazio interno, penetrabile, agibile, spazio in tutta la sua concretezza che l’uomo «vive» e modifica vivendo.

Uso semantico dell’architettura potrà, allora, equivalere a «fruizione significativa» nelle intenzionalità di quelle avanguardie che hanno compreso la necessità di recuperare l’utenza, da semplice destinatario passivo, al ruolo di attivo e cosciente gestore dello spazio. Ma, nella più ampia generalità dei casi, l’aggettivo semantico assume comunque valore causativo, nel senso che è appunto l’uso a conferire significazione a uno spazio; ipotesi, quindi, che si richiama a posizioni già del Dewey della Logica, e più chiaramente espresse dal Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche, che portavano a riconoscere nel significato una variabile per larga parte determinata dalla rete di comportamenti che si intrecciano intorno a un referente nell’ambito della società.

Quest’ultima, inoltre, provvederà essa stessa, come ci insegna Barthes, ad un ulteriore processo di semantizzazione, per cui quell’uso che individuava il significato di uno spazio, è, a sua volta convertito in segno di questo uso. Come che avvenga tale passaggio da uso semantico a uso semantizzato, la valenza significativa di un oggetto architettonico, così determinatasi, va ricondotta in seno alla comunità e rapportata alle tradizioni, ai miti, alla «cultura» del gruppo.

Il «cane» nota Hjelmslev riceverà una definizione semantica del tutto differente tra gli Eschimesi, dov’è essenzialmente bestia da tiro, tra i Parsi dove è l’animale sacro, in quelle società indiane dov’è condannato come paria e nelle nostre civiltà occidentali, in cui è soprattutto l’animale domestico addestrato alla caccia o alla guardia.

Solo richiamandosi inoltre alle valutazioni collettive e all’opinione sociale sarà possibile cogliere una «parola» non soltanto nel suo «senso proprio», ma anche nei suoi numerosi rimandi metaforici, e soprattutto giustificare la storicità dei significati, ovverosia quelle stratificazioni di senso, che, pur restando invariata la struttura formale del segno, si verificano allorché la società, proprio evolvendosi e mutando valori, viene ad alterare il livello primario della sostanza.

Sappiamo infatti che una lingua può subire un mutamento di natura puramente fonetica, senza che ciò tocchi il sistema dell’espressione dallo schema linguistico e, analogamente, essa può subire un mutamento di natura puramente semantica senza che ciò tocchi il sistema del contenuto. Solo così è possibile distinguere tra «spostamenti fonetici» e «semantici» da un lato e «spostamenti formali» dall’altro.

Nel rapporto che lega la forma alla sostanza, la prima è la costante mentre la seconda è l’elemento va-riabile, per cui abbiamo già visto come la stessa forma può manifestarsi in sostanze diverse (e non escludiamo che la medesima struttura relazionale di un oggetto architettonico si possa riscontrare, ad esempio, nei disegni, in quelli, ovviamente, che ne rispettano l’organizzazione linguistica); ed aggiungiamo, adesso, la considerazione che la sostanza può ancora modificarsi nel suo livello valutativo, senza che ciò si ripercuota minimamente sulla struttura formale.

Da qui si può comprendere, ad esempio, la possibilità per un’opera, di conservare inalterati i propri rapporti interni e mutare, però, le sue valenze semantiche, se cambia il contesto non solo sintattico, ma anche situazionale. Si obietterà che in simili casi la dimensione d’uso è, però, scomparsa, pur essendosi addirittura accentuata la componente della significazione (essere monumento di un’epoca).

In realtà non si verifica mai la completa caduta del significato in quanto uso… Il che significa comprendere, per esempio, la piena «capacità di attualità d’uso» del monumento antico, non solo come legittimità del mutamento dell’uso originale, ma anche come nuova funzione nel contesto urbano e territoriale del monumento stesso… come significazione speciale di quel contesto, come dialettica col tessuto circostante, come punto di accumulazione speciale.

Concludendo, il primo dovere del semiotista che si accinge a trattare la sostanza del contenuto consisterà nel descrivere quello che abbiamo chiamato il livello di valutazione collettiva, seguendo i corpi di dottrina e di opinione adottati nelle tradizioni e negli usi della società considerata, riavvicinando, così, la lingua alle altre istituzioni sociali e determinando il punto di contatto tra la linguistica e le altre branche dell’antropologia.

Senza tralasciare, però, così facendo, di considerare gli altri livelli e, cioè, nel nostro caso quello fisico (lo spazio volumetricamente inteso) e quello socio-biologico (lo spazio definito nelle sue stesse proprietà: direzioni, distanze, ecc. non più fisicamente, ma, per dirla con Lewin, psicobiologicamente, cioè in base alla sua struttura quasi fisica, quasi mentale, quasi sociale).

E questo perché spazio, percezione e cultura sono tre termini che, come c’insegna la prossemica, devono necessariamente rapportarsi l’uno all’altro.
Diviene adesso ben altrimenti significativa l’affermazione hjelmsleviana che il segno è segno di una sostanza dell’espressione e di una sostanza del contenuto, rivelatesi entrambe, all’indagine, realtà piuttosto complesse e comprensive di più aspetti.

L’analisi glossematica che in un primo tempo, proprio per garantire l’autosufficienza della lingua, si era chiusa in un ambito puramente formale, ha finito poi, con successivi allargamenti, per cogliere il fenomeno linguistico nella sua globalità.

Nella descrizione della sostanza saranno infatti legittimi tutti quei rimandi eteronomi precedentemente sacrificati al carattere di autonomia sistematica di un campo semiotico…, che costituisce quel criterio di pertinenza considerato uno dei principi-base del metodo strutturale.

Trova così una soluzione l’esigenza di salvaguardare l’indipendenza del segno architettonico dal «qualcosa d’altro» senza rinunziare al compito di approfondire, allargare, esplicitare il processo di significazione, inclusivo dei parametri più eterogenei.

Proprio ciò aveva spinto De Fusco a distinguere un asse sintagmatico e un asse associativo, concentrando così l’attenzione sui valori strutturali, conformativi, «interni» di un’opera e dando conto, allo stesso tempo, anche di quelli «esterni», simbolici, metaforici, associativo-mentali e del più generale contesto storico-sociale in cui la fabbrica s’inserisce. Ma una tale interpretazione della dicotomia sintagmatico-associativa andava, come già era notato, oltre il pensiero «ufficiale» di De Saussure riferendosi, pur sempre, il linguista a rapporti semiologici (ovvero sia segno-segno) contratti all’interno dell’enunciato o del paradigma (e lo stesso esempio architettonico ne è una conferma).
Viceversa la distinzione di Hjelmslev tra lo studio dello schema e quello dell’«uso», ovverosia fra la descrizione della forma e quella della sostanza, sembra assegnare un giusto ruolo all’esame di quei fenomeni che si trovano inevitabilmente connessi all’architettura e conseguentemente consente di giustificare quegli apporti extra disciplinari che contribuiscono ad una più esauriente comprensione.

La nozione di semiotica connotativa e la sfera estetica

Abbiamo visto, dunque, come nel corso della trattazione Hjelmslev si sia andato convincendo della necessità di trasformare l’atteggiamento limitato, pratico e tecnico … dello specialista, in uno sempre più comprensivo.

Pertanto, al termine dei Fondamenti, incoraggiato dai risultati della sua ricerca, egli enuncia, come dice Barilli, due possibilità d’estensione ravvisate rispettivamente dalla parte dell’espressione e da quella del contenuto. Infatti, al caso più semplice, esaminato fin qui, della semiotica denotativa, che si articola su due piani, nessuno dei quali risulta, a sua volta, una semiotica, si viene ad aggiungere l’ipotesi più complessa di un ulteriore organizzazione biplanare dello stesso contenuto (e parleremo, allora, di metasemiotica o meta-lingua) o della stessa espressione (è il caso della semiotica connotativa).

Ora, è abbastanza ovvio che la lingua divenga contenuto, ad esempio, della scienza linguistica che la esamina; quello che risulta invece particolarmente sorprendente, a detta dello stesso autore, è che essa possa considerarsi espressione di un ulteriore contenuto. L’esempio subito evidente è quello della letteratura, che si «esprime» attraverso i lessemi ed i morfemi della lingua; sicché si spiega facilmente la particolare fortuna critica della nozione di semiotica connotativa nell’ambito degli studi estetici.

Fra i vari tentativi di utilizzazione, particolarmente interessante ci sembra quello operato dal danese Svend Johansen nel suo saggio La nozione di segno nella glossematica e nella estetica del 1949, non solo perché riteniamo sia lecito considerarlo il primo, cronologicamente, di tal genere (e, infatti, viene pubblicato appena sei anni dopo la versione originale in lingua danese, dei Fondamenti, prima ancora che la traduzione inglese del 1953 garantisse all’opera una certa notorietà e diffusione); ma soprattutto in quanto si inserisce all’interno dei dibattiti di quel Circolo Linguistico di Copenaghen, la cui fondazione era stata promossa dallo stesso Hjelmslev, e quindi tenta anzitutto uno sviluppo e un approfondimento delle piuttosto ellittiche considerazioni del linguista riguardanti il concetto di connotazione.

Per chiarirlo Johansen ricorre subito ad un esempio divenuto ormai «classico»: supposto che nell’analisi di un testo si vengano a registrare le due parole: «cavallo» e «corsiero», la nozione di segno denotativo non sarà sufficiente a motivare la differenza tra le due che, pure, è innegabile; presentando la medesima sostanza del contenuto (il ben noto quadrupede), i due vocaboli andrebbero, infatti, classificati come sinonimi.

Eppure «corsiero» possiede, in aggiunta allo stesso contenuto di «cavallo» un contenuto specifico, «espresso» dal segno globale «corsiero» ed «espresso»in modo differente da come sarà, diciamo, «espresso» il contenuto ordinario.

Tale contenuto ulteriore, inoltre, risulterà legato al segno da un vero e proprio rapporto di solidarietà reciproca; infatti, sostituendo «cavallo» a «corsiero» muterà il contenuto specifico, mentre, sostituendo il contenuto specifico di «ronzino» a quello di «corsiero», tale cambiamento si ripercuoterà sul segno stesso, modificandolo.

Si ha, quindi, la formazione di nuovo segno, detto appunto connotativo, nei confronti del quale il segno comune gioca il ruolo di espressione: esso pure si definirà come una interdipendenza, tra la forma del contenuto connotativo, manifestata dalla relativa sostanza, e la forma dell’espressione connotativa la cui sostanza è, appunto, l’usuale segno denotativo.
Anche Johansen è suggestionato dalle possibili implicazioni di una simile nozione: che cos’è, in effetti, la definizione di segno connotativo se non la formulazione precisa dell’opinione mille volte espressa, formulata in diversi modi, il più spesso assai confusi, che nell’opera d’arte letteraria, il linguaggio ordinario, vale a dire il linguaggio denotativo, serve ad esprimere qualche cosa… che sia differente dalla usuale funzione denotativa del linguaggio?… Intravediamo, dunque, la possibilità di identificare segno estetico e segno connotativo.

Insomma, la nozione di semiotica connotativa, esemplificata, nell’uso comune, con la letteratura, viene correntemente riferita all’ambito estetico. Questo consente a M. L. Scalvini di equiparare architettura e letteratura sullo stesso «livello secondo» delle semiotiche connotative, a differenza di lingua naturale e tettonica, che permangono a «livello di base».

La tettonica, per l’autrice, nata come semplice «adeguazione pratica ad un bisogno», ed avente quindi la funzione come proprio obbiettivo fondamentale, apparterrebbe alla sfera extraestetica, mentre l’architettura, caratterizzata da una precisa intenzionalità di comunicazione, che finisce per inglobare del tutto la finalità funzionale, sarebbe riportabile a quella estetica; sicché, tralasciando l’ulteriore distinzione tra estetico ed artistico, meno significativa, per la sempre verificata presenza… di uno stesso tipo di «intenzionalità di comunicazione»… anche se con diversi gradi di compiutezza nel raggiungimento di certi risultati, viene teorizzata l’opposizione tettonico/architettonico quale opposizione tra extraestetico ed estetico.

Per l’architettura, insomma, la tettonica costituirebbe il «medium semiotico» di base, come la lingua lo è per la letteratura; da cui la liceità di considerare appunto, com’è programmaticamente dichiarato fin dal titolo, l’architettura come semiotica connotativa.

Ora, una corrispondenza tra livello secondo della semiotica connotativa e sfera estetica, è almeno non direttamente ricavabile da quanto Hjelmslev stesso sostiene nei suoi Fondamenti, dove è ribadito che, a qualunque testo non sia di estensione così limitata da non costituire una base sufficiente per la deduzione di un sistema generalizzabile ad altri testi, è possibile coordinare un contenuto ulteriore, un piano di connotatori; i quali, per il linguista, sono i membri individuali (tra loro combinabili) di categoria del tipo: forma stilistica (versi o prosa), stile (creativo, imitativo, normale), stile come valore (superiore, inferiore), tono (irritato, gioioso), idioma (lingue nazionali o regionali, dialetti, gerghi) ecc.

Cioè, quando diciamo qualcosa in italiano, dall’esame dei nostri enunciati si ricava «non solo» che abbiamo detto quella cosa, ma «anche» che l’abbiamo detta in italiano, e che l’abbiamo detta in un certo tono, con un certo stile, ecc.

Insomma, non solo un testo letterario, ma anche un comune atto linguistico della conversazione quotidiana, legato, quindi, ad intenti pratici di comunicazione immediata, può considerarsi esempio di semiotica connotativa, nel momento in cui è data la possibilità d’individuarne gli specifici connotatori, e cioè il particolare timbro, tono, stile o incidenza dialettale, a seconda della matrice culturale del soggetto parlante, del suo stato emotivo, del contesto situazionale in cui viene emesso il messaggio.

Diverso è ovviamente il caso in cui uno stile o un tono particolare rivestono «intenti letterari»; così lo stesso approccio, tante volte addirittura mimetico, al «parlato» o al dialetto della saggistica neorealista in Italia, negli anni del dopoguerra, rispondeva ad una scelta intenzionale, suggerita da finalità più o meno complesse, che non è qui il luogo di esaminare.

E ciò collima perfettamente con quanto è ribadito, con grande chiarezza, dalla Scalvini stessa, allorché, rifacendosi a Prieto, sostiene che si è in presenza di una manifestazione appartenente alla sfera estetica, nel momento in cui, essendo possibile la scelta fra strumenti diversi i quali implicano diverse concezioni di esecuzione e … di obiettivo («concezioni ideologiche»), tale scelta viene effettuata con l’intento consapevole di ‘comunicare’ attraverso di essa una data concezione di esecuzione ed una data concezione di obiettivo.

È quindi innegabile che esista un siffatto «salto di livello» tra testi particolarmente «intenzionati» o meno; quello che è invece dubbio è che esso possa farsi corrispondere al passaggio dal «livello primario», o «di base», della semiotica denotativa, a quello «secondo» della semiotica connotativa.

Insomma, l’introduzione di questa ulteriore nozione risponde a quello slargamento proposto da Hjelmslev, del quale si è parlato all’inizio, che porta a concepire ogni singolo atto linguistico come una totalità non chiusa, ma dotata di coesioni interne con una materia connotativa che spiega la totalità nella sua unità e varietà.

Di qui la necessità di passare dall’esame dei contenuti immediatamente correlati all’espressione linguistica a quelli veicolati dall’interno segno o da gruppi di segni, o da tutto il testo, il cui inventario è approntato nel corso dell’analisi denotativa, mentre il relativo studio spetta, come la classificazione, ad una successiva analisi, detta, stavolta, connotativa.

Anche il manufatto architettonico, che abbiamo considerato sinora articolato sui due soli piani dell’involucro e dello spazio, andrà utilmente coordinato, come suggerisce la Scalvini, ad un ulteriore piano di connotatori tipologici, stilistici, ecc.

Una simile interpretazione della nozione di semiotica connotativa riferita all’architettura, risulta, infatti, oltre che metodologicamente proficua, più vicina allo spirito della proposta hjelmsleviana di quella fornita da De Fusco e Vinograd allo scopo di trarne indicazioni per la identificazione del segno urbanistico (Com’è noto, gli autori consideravano ancora come spazio il contenuto connotativo, riscontrando così, seppure con le dovute riserve, una forte analogia tra semiotica connotativa e sistema urbanistico, i cui spazi interni «significato» sono organizzati e conformati a loro volta, da un sistema; quello, appunto, dei segni architettonici).

Ciò che sembra, invece, meno accettabile è che alla distinzione tra i due livelli non corrispondano solo «caratteristiche diverse», messe in luce dalle successive analisi del medesimo testo, ma «prodotti di diversa natura» in base ad una preliminare discriminazione tra testi complessi, ad esempio la Rotonda palladiana, e testi più elementari che non riescono ad emergere dall’ambito tettonico a quello più propriamente architettonico; quali, probabilmente, i prodotti della cosiddetta edilizia spontanea o, meglio, e più in generale, tutti quegli oggetti architettonici in cui l’obiettivo della funzionalità pratica resta preponderante, se non esclusivo.

Infatti, la stessa banale edilizia rurale ha una sua fisionomia, un suo vernacolo, ecc. ma, ancora con più evidenza, persino la massificata produzione odierna, che sembra costituire l’esempio più eclatante di totale assenza di «significazione architettonica», ecclissatasi a vantaggio di una funzionalità intesa nel senso più trito e pedissequo, è caratterizzata da determinati connotatori (e siano: un malinteso idioma internazionale, ereditato, in maniera distorta, dalla lezione del Movimento Moderno, uno stile imitativo, ripetitivo, ridondante, una tipologia standardizzata, ecc.).

In definitiva, com’è evidente anche dall’unico esempio che Hjelmslev fornisce di rapporto connotativo (la lingua danese quale espressione del connotatore «danese») l’ambito della semiotica connotativa non è necessariamente quello letterario o estetico.

Lo stesso Johansen, che abbiamo visto proporre addirittura un’identificazione di segno connotativo e segno estetico, è costretto a riconoscere l’impossibilità di trarre una simile conclusione sulla scorta delle sole indicazioni del linguista: se… ci rivolgiamo ai «Fondamenti» di Hjelmslev per delle precisazioni e degli esempi resteremo assai delusi, proprio perché non vi si riscontra che un rapporto assai lontano con i problemi della letteratura.

Non rimane, allora, che postulare l’esistenza di altri segni connotativi, più strettamente pertinenti all’analisi estetica, che vengano ad aggiungersi a quelli già definiti. Si potrebbero, ad esempio, immediatamente proporre altri quattro tipi di segni connotativi il cui piano dell’espressione sia costituito, anziché dall’intero segno denotativo, a volta a volta da uno dei suoi quattro strati.

È dalla sola sostanza dell’espressione denotativa (fonica o grafica che sia) che dipendono, infatti, gli effetti della rima, i diversi valori fonetici, le sinestesi: essa, quindi, può veicolare un proprio contenuto connotativo (e avremo i segni semplici del tipo Eds <-> Cc), distinto da quello che sarà coordinabile alla forma dell’espressione che, in quanto relazione tra gli elementi dell’espressione denotativa, determina invece gli effetti del ritmo (segni della specie Edf <->Cc).

Sull’altro piano gli effetti speciali ottenuti mediante le gradazioni di contenuto denotativo (cioè con quelle particolarità sintattiche, quali: le licenze poetiche, la speciale costruzione adottata nella frase, l’alternanza dei tempi nei verbi, ecc.) sono ovviamente legati alla forma, che stabilisce, quindi, con il suo particolare contenuto connotativo, segni semplici del genere Cdf <-> Cc.

Infine, l’esame dell’ultima categoria di segni connotativi semplici (del tipo Cds <-> Cc) comporterà lo studio delle idiosincrasie materiali ed intellettuali dell’autore, delle sue preferenze per certi soggetti o per certi problemi intellettuali (materiale se ne ricaverà dalle così dette biografie letterarie), e dell’effetto speciale di tali idiosincrasie sul lettore.

Viene in tal modo teorizzata da Johansen l’utilizzazione di tutti e quattro gli «strati» considerati singolarmente, sicché non solo le forme dell’espressione e del contenuto possono essere correlate ad un ulteriore contenuto connotativo, ma le due stesse sostanze relative risalgono, per dirla con Brandi, a forme dell’espressione connotativa.

Il riferimento a Brandi non è casuale; infatti, l’autore, nel suo Teoria generale della critica, propone, pur partendo da diversi presupposti, un’analisi condotta sull’esempio di dissezione stratigrafica di Hjelmslev; individuati i quattro strati, cioè, si avranno … quattro aperture diverse che potranno sussistere a base dell’astanza sia isolatamente che in combinazione.

È appunto questo il vantaggio che il modello hjelmsleviano presenterebbe rispetto al binomio saussuriano, dove invece la componente significato aveva aggio su quella significante in quanto che, alla base della concezione di Saussure, permaneva pur sempre l’idea di comunicazione; anche i linguisti che più si opponevano all’introduzione del significato nella linguistica, in realtà studiavano il linguaggio sempre con la presupposizione che il segno linguistico aveva un significato e che nel significato si legittimava…

…Con la distinzione in piani e strati l’apertura che si realizza non è solo nella linguistica ma anche nell’estetica: la quadripartizione è applicabile all’astanza, non solo perché prescinde dalla comunicazione, ma soprattutto perché, in conseguenza di ciò, rivendica il valore autonomo di forma e sostanza dell’espressione, come di forma e sostanza del contenuto, suscettibili, ciascuna, di svilupparsi indipendentemente e scalare l’astanza; dal momento in cui, citando proprio Saussure, il linguaggio poetico conferisce un secondo modo di essere … aggiuntivo, per così dire, alla parola originaria.

Ovviamente si tratterà, anche per Brandi, di individuare quali siano quelle caratteristiche che possano ascriversi a ciascuno strato e che, emergendo, contribuiscano «alla formazione dell’astanza» (e non poche sono le differenze con l’interpretazione di Johansen, per certi versi più aderente alla teoria hjelmsleviana, anche se meno ricca e penetrante).

Nella sostanza dell’espressione sono i fonemi a mettersi in risalto, valorizzati proprio nel loro aspetto sonoro determinanti accenti, rime, assonanze, ecc. del sintagma (lessema, frase o verso che sia): è, cioè, proprio regredendo a suono che il fonema può risalire a forma, così come si verifica, nell’astanza architettonica, per i materiali stessi, allorché l’uso sapiente di un Brunelleschi o di un Michelangelo ne valorizza la consistenza, la testura, la luce.

Le proprietà morfologiche confluiscono invece nello strato della forma anche se, ancora una volta, il grado grammaticale sintattico non costituisce che la sola base da cui si sviluppano, come i palchi di una conifera, i diversi ripiani dell’espressione. Analogamente, è sui meri dati fenomenici di interno ed esterno, sulla tettonica dell’edificio che avviene il prelievo e l’elaborazione formale dell’architettura, secondo la tematizzazione dell’interno o dell’esterno caratteristiche di un autore o di una cultura.

Ancora una scelta può qualificare la forma del contenuto, ovverosia «i modi della esposizione», scelta compiuta non in base a categorie stereotipate, quali i tradizionali «generi letterari» o «tipi architettonici», ma secondo paradigmi cui l’autore si richiama, rivelando così il proprio «plesso intenzionale», nel momento in cui organizza il contenuto e formula l’opera vera e propria; la quale, finalmente, con la presenza che sviluppa, costituisce la sostanza del contenuto così come il significato lessicale del lessema, che può, a sua volta, divenire evocazione in atto del referente.

Comunque nessuno strato si identifica separatamente con l’astanza; l’astanza è un fatto globale, per cui non si creda di scomporre in numeri primi la totalità sintetica dell’espressione poetica, proprio perché le parti di cui si compone non contano isolatamente come in ogni vera struttura, ma per le relazioni che mantengono fra di loro.

Anche Johansen è perfettamente conscio che i sistemi di segni connotativi semplici, in cui ha frazionato l’opera letteraria, non sono affatto in grado di cogliere, ciascuno preso a sé, la complessità del fenomeno. Anzi, si è potuto ben dire fin qui che tali segni semplici hanno un «contenuto connotativo», senza riuscire, però, minimamente ad individuarlo. Essi vanno, allora, rapportati a «qualcosa d’altro» che colga valenze più generali e, nello stesso tempo, chiarisca meglio i ruoli degli stessi segni semplici.

Esiste, insomma, un segno connotativo complesso, legato ai precedenti da un rapporto di presupposizione unilaterale, nel senso che il suo contenuto si può definire senza prendere affatto in considerazione i segni semplici, i quali invece ne dipendono. In esso l’espressione non sarà costituita da un singolo strato, ma dall’intero segno denotativo, o da più segni, o da gruppi di segni; analogamente, quindi, a quanto detto per il segno connotativo glossematico.
Quello che, però, differenzia totalmente connotatori estetici e connotatori glossematici è che i primi non si possono affatto rintracciare, come i secondi, mediante la consueta analisi denotativa. Quando l’analisi connotativa diviene il punto di partenza, l’aspetto dei problemi cambia radicalmente. Le due analisi differiscono del tutto, sicché gli stessi inventari, approntati dall’una e dall’altra, risultano non coincidenti.
Si consideri, ad esempio, la celebre strofa di Hugo:

Ruth pensava, e Booz dormiva; l’erba era nera; i bubboli delle greggi palpitavano leggermente; un’immensa bontà cadeva dal firmamento; era l’ora tranquilla in cui i leoni vanno a bere.

Se si vuol conoscere il senso della frase: «l’erba era nera», non ci si può riferire all’analisi denotativa che non va al di là del senso letterale. L’erba era nera perché bruciata, o perché avvolta nel buio della notte?

Evidentemente questa seconda interpretazione si confà meglio al tono di dolce illanguidimento di tutta la strofa, ma non potremmo andare oltre una così vaga spiegazione senza gli strumenti che ci fornisce l’analisi connotativa.

Ora, dei due connotatori del vocabolo denotativo «nero» — «nero perché secco», «nero perché nascosto nel buio della notte» — solo il secondo contrae dei rapporti (d’identità o di determinazione) con gli altri connotatori del tipo «dolce illanguidimento» presenti, e va, quindi, preferito al primo. Ma, volendo chiarire meglio, consideriamo l’ultimo verso: «era l’ora tranquilla in cui i leoni vanno a bere»; sarà possibile individuare un connotatore del tipo «illanguidimento e riposo delle forze della natura» e questa stessa circonlocuzione potrà essere usata per individuare, finalmente, il connotatore della frase: «l’erba era nera».

Così, tali due segni connotativi si sono rivelati, all’indagine, addirittura dei sinonimi connotativi, laddove l’analisi denotativa comune non ci dava conto di alcuna somiglianza. Sarà allora chiaro, a questo punto, la necessità di ribadire che connotazioni glossematiche e connotazioni estetiche formano due sistemi a parte.

I connotatori individuati in tale tipo di analisi costituirebbero proprio, secondo Johansen, la struttura formale del contenuto estetico, sulla quale potrà fondarsi dunque uno studio, finalmente ordinato e «scientifico», dell’opera letteraria, proprio perché essa, quale forma, rappresenta un fattore costante e invariabile.

A variare, invece, di persona in persona, di momento in momento, sarà la sola sostanza del contenuto, ovverosia l’esperienza estetica, che l’autore considera come una struttura psichica di natura autonoma, suscettibile di una manifestazione spontanea (la reazione fisiologica del fruitore, la sola sostanza del contenuto connotativo, dal punto di vista dei comportamentisti) e di una manifestazione riflessa (ovverosia l’interpretazione).

Ma il presunto rigore della proposta di Johansen non convince; come ha notato A. Draghetti: per rintracciare i connotatori (nella strofa di Hugo), egli ha dovuto ricorrere alla sua sensibilità estetica; tale rete di connotatori sarà sì una sicura base scientifica di studio, ma in fondo gli elementi che la compongono sorgono da un terreno incerto e soggettivo qual è la sensibilità personale. È quindi un po’ un castello costruito sulla sabbia: la sua costruzione «scientifica» può cadere proprio per l’inesistenza di fondamenta salde e obiettive, perché il riconoscimento dei singoli elementi è un atto puramente soggettivo.


Insomma, la nozione di semiotica connotativa, con tutti gli aggiustamenti proposti, non ha offerto uno strumento in grado di regolare adeguatamente l’ambito estetico. Che la semiotica possa riuscire a rendere conto anche di fenomeni più complessi è auspicabile, ma non sembra opportuno vincolarla fin dall’inizio ad ipotesi e premesse che investano definizioni assai più impegnative.
Meglio un’analisi allora, che, volendosi garantire una maggiore legittimità, limiti il proprio livello di competenza: in fondo anche un simile tipo di approccio è, poi, nelle sue possibilità e prospettive, ancora tutto da esperire.

tratto dal numero 34