Semiologia e urbanistica

ROLAND BARTHES

L’oggetto di questa mia conversazione riguarda alcuni problemi della semiologia urbana. Ma devo subito affermare che chi volesse abbozzare una semiotica della città dovrebbe essere insieme semiologo, specialista dei segni, geografo, storico, urbanista, architetto e, probabilmente, anche psicanalista. Siccome evidentemente non è il mio caso – infatti non sono nulla di tutto questo, ma appena un semiologo – le riflessioni che mi accingo a presentare saranno riflessioni di amatore, nel senso etimologico della parola: amatore di segni, colui che ama i segni; amatore di città, colui che ama le città. Perché amo le città e amo i segni.

E questo doppio amore (che probabilmente è uno solo) mi spinge a credere, forse con qualche presunzione, nella possibilità di una semiotica della città. A quale condizione, o piuttosto, con quali precauzioni, quali preliminari, sarà possibile una semiotica urbana?
Questo è il tema delle considerazioni che svolgerò. Vorrei iniziare col ricordarvi una cosa notissima, dalla quale prenderò le mosse: lo spazio umano in genere (e non soltanto lo spazio urbano) è sempre stato significante.

La geografia scientifica, e particolarmente la cartografia moderna, possono essere considerate come una specie di obliterazione, di censura, imposte dall’oggettività (che è una forma di immaginario come un’altra) alla significazione. E prima di parlare della città stessa, vorrei ricordare alcuni fatti della storia culturale dell’Occidente, e segnatamente di quella dell’antichità greca: l’abitato umano, la «οικουμενη» – come possiamo intenderlo attraverso le prime carte dei geografi greci: Anassimandro, Ecateo, o attraverso la cartografia mentale di un uomo come Erodoto – costituisce un vero discorso, colle sue simmetrie, opposizioni di luoghi, colla sua sintassi e i suoi paradigmi.

Una carta del mondo di Erodoto, realizzata graficamente, è costruita come un linguaggio, come una frase, come un poema, su opposizioni: paesi caldi e paesi freddi, paesi conosciuti e paesi sconosciuti; poi opposizione tra uomini da una parte, mostri e meraviglie dall’altra, etc.

Se dallo spazio geografico passiamo ora allo spazio urbano propriamente detto, ricorderò che la nozione chiamata Isonomia, coniata per l’Atene del VI secolo da un uomo come Clistene, è una concezione veramente strutturale, con la quale il centro solo è privilegiato, poiché tutti i cittadini hanno con esso un rapporto simmetrico e reversibile nello stesso tempo. In quest’epoca si ha dunque della città una concezione esclusivamente significante, perché la concezione utilitaria di una disposizione urbana fondata su funzioni ed usi, che attualmente trionfa quasi incontrastata, è una concezione posteriore.

Volevo ricordare questo relativismo storico nella concezione degli spazi significanti. Finalmente, assai di recente, uno strutturalista come Cl. Lévi-Strauss, nel libro Tristes Tropiques, ha fatto della semiologia urbana, anche se su scala ridotta, per un villaggio Bororo, di cui ha studiato lo spazio secondo una angolazione essenzialmente semantica.

È strano che di fronte a queste concezioni fortemente significanti dello spazio abitato, le elaborazioni teoriche degli urbanisti, se non sbaglio, abbiano dato finora un posto molto ridotto ai problemi della significazione. Certo eccezioni ve ne sono; parecchi scrittori hanno parlato della città in termini di significazione.

Uno degli autori che ha espresso meglio questa natura essenzialmente significante dello spazio urbano è, secondo me, Victor Hugo. In Notre Dame de Paris Hugo ha scritto un bellissimo capitolo, sommamente intelligente: Questo ucciderà Quello; questo, cioè il libro; quello, cioè il monumento. Così dicendo Hugo mostra, in modo assai moderno, di concepire il monumento e la città veramente come una scrittura, come un’iscrizione dell’uomo nello spazio. Il capitolo di Hugo è dedicato alla rivalità tra due scritture, la scrittura colla pietra e la scrittura sulla carta.

E questo argomento, peraltro, può trovare una sua attualità nelle riflessioni di un filosofo come Jacques Derrida sulla scrittura. Tra i veri e propri urbanisti appena si parla di significazione, un nome si fa avanti, e giustamente, quello dell’americano Kewin Lynch, che sembra avvicinarsi di più a questi problemi di semantica urbana, nella misura in cui si è preoccupato di pensare la città nei termini stessi della coscienza che la percepisce; cioè di ritrovare l’immagine della città nei lettori della città.

Tuttavia, in realtà, le ricerche di Lynch, dal punto di vista semantico, rimangono abbastanza ambigue: da una parte, c’è nella sua opera un vocabolario della significazione (per esempio, egli dà grande importanza alla leggibilità della città, e questa nozione ci importa molto) e, da buon semantico, ha il senso delle unità discrete; ha cercato di ritrovare nello spazio urbano unità discontinue che, fatte le debite proporzioni, rassomiglierebbero un po’ a fonemi e semantemi.

Unità che egli chiama cammini, limiti, quartieri, nodi, punti di riferimento. Queste sono classi di unità che potrebbero facilmente diventare classi semantiche. Ma, d’altra parte, malgrado questo vocabolario, Lynch ha della città una concezione che rimane più gestaltica che strutturale.

Al di fuori di questi autori che s’avvicinano esplicitamente alla semantica della città, si fa viva però una coscienza crescente delle funzioni dei simboli nello spazio urbano. In parecchi studi di urbanistica, che si basano su valutazioni quantitative, e su questionari di motivazione, vediamo spuntare malgrado tutto, sia pure in senso meramente nominale, all’inizio o alla fine, il motivo puramente qualitativo della simbolizzazione, di cui ci si serve oggi a volte anche per spiegare altri fatti. Per esempio, troviamo nell’urbanistica una tecnica assai corrente: la simulazione; ora la tecnica di simulazione costringe, anche se manipolata con spirito un po’gretto ed empirico, ad approfondire il concetto di modello, che è un concetto strutturale o, almeno, pre-strutturale.

In un altro punto di questi studi urbanistici l’esigenza del senso si fa avanti: si scopre a poco a poco che esiste una specie di contraddizione tra significazione e un altro ordine di fenomeni e che, di conseguenza, il senso possiede una specificità irriducibile. Per esempio, alcuni urbanisti, o alcuni di questi ricercatori che studiano la pianificazione urbana, sono costretti a constatare che in certi casi esiste un conflitto tra il funzionalismo di una parte della città, diciamo un quartiere, e ciò che chiamerei la sua semanticità (il suo potere semantico).

Così hanno notato, un po’ ingenuamente (ma bisogna forse cominciare con l’ingenuità) che Roma offre un conflitto perenne tra le necessità funzionali della vita moderna e la carica semantica che proviene dalla sua storia. E questo conflitto tra senso e funzione è la disperazione degli urbanisti. Esiste inoltre un conflitto tra senso e ragione, o almeno tra senso e questa ragione calcolatrice che vorrebbe tutti gli elementi di una città ugualmente recuperati dalla pianificazione, mentre diventa sempre più evidente che una città è un tessuto, non composto di elementi uguali di cui si possono contabilizzare le funzioni, ma di elementi forti e di elementi neutri o, come dicono i linguisti, di elementi segnati e di elementi non segnati (si sa che l’opposizione tra il segno e la mancanza di segno, tra grado pieno e grado zero è uno dei grandi processi dell’elaborazione del senso).

È evidentissimo che una città possiede questa specie di ritmo; Kewin Lynch l’ha notato: c’è in qualsiasi città, dal momento in cui è stata veramente abitata dall’uomo, e fatta da lui, questo ritmo fondamentale della significazione, che è l’opposizione, l’alternanza e la giustapposizione di elementi segnati e di elementi non segnati. Infine c’è un ultimo conflitto tra senso e realtà stessa, almeno tra senso e questa realtà della geografia oggettiva, quella delle carte. Alcune inchieste condotte da psico-sociologi hanno rivelato che, per esempio, due quartieri sono attaccati l’uno all’altro se facciamo affidamento sulla carta, cioè sul reale, sull’oggettività, mentre dal momento che ricevono due sensi differenti, vengono radicalmente separati nell’immagine della città: il senso è vissuto in opposizione completa con i dati oggettivi.

La città costituisce dunque un discorso e questo discorso è una vera parola: la città parla ai suoi abitanti, parliamo la nostra città, la città dove ci troviamo, semplicemente abitandola, percorrendola, guardandola. Tuttavia il problema è di far uscire un’espressione come «linguaggio della città» dallo stato puramente metaforico. molto facile, metaforicamente, parlare del linguaggio della città come si parla del linguaggio del cinema o del linguaggio dei fiori. Il vero salto scientifico sarà attuato quando si potrà parlare di linguaggio della città senza metafora. E si può dire che è esattamente ciò che è toccato a Freud quando ha parlato per primo del linguaggio dei sogni, vuotando tale espressione del senso metaforico per darle un senso reale.

Anche noi dobbiamo fronteggiare questo problema: come passare dalla metafora all’analisi quando parliamo di linguaggio della città? Ancora una volta mi riferisco ad alcuni specialisti del fenomeno urbano che, anche essendo molto lontani da questi problemi di semantica urbana, hanno comunque già notato che (cito dal resoconto di un’inchiesta): «i dati utilizzabili nelle scienze sociali presentano una forma appena adeguata per una integrazione ai modelli ».

Ebbene se possiamo a gran pena inserire in un modello i dati che ci forniscono, a proposito della città, la psicologia, la sociologia, la geografia, la demografia, ciò è dovuto al fatto che siamo appunto sprovvisti di un’ultima tecnica, quella dei simboli. Quindi abbiamo bisogno di una nuova energia scientifica per trasformare questi dati, passare dalla metafora alla descrizione del senso; è in questo che la semiologia (nel senso più largo della parola) potrà forse, attraverso uno sviluppo che non si può prevedere, esserci d’aiuto. Non intendo affrontare in questa sede i procedimenti di scoperta della semiologia urbana.

Questi procedimenti, probabilmente, consisterebbero nel ritagliare il testo urbano in unità, poi nel distribuire queste unità in classi formali e, in terzo luogo, nel trovare le regole di combinazione e di trasformazione di queste unità e di questi modelli. Mi limiterò a tre osservazioni che non hanno un rapporto diretto con la città, ma che forse utilmente potranno avviare una semiologia urbana, nella misura in cui abbozzano un rapido bilancio della semiologia attuale e tengono conto del fatto che il «paesaggio» semiologico sia cambiato da parecchi anni.

La prima osservazione è che il «simbolismo» (che va inteso come discorso generale concernente le significazioni) non è più concepito attualmente, almeno in linea generale, come una corrispondenza regolare tra significanti e significati. In altri termini, una nozione, basilare nella semantica pochi anni fa, sta diventando caduca: la nozione di lessico. Non si può più pensare la semantica in termini di lessico, cioè come un insieme di elenchi di significati e di significanti coincidenti. Questa specie di crisi, di erosione della nozione di lessico è avvertita naturalmente da molti settori di ricerca. Prima, c’è la semantica distributiva, in via di costituzione, dei discepoli di Chomsky, come Katz e Fodor, che ha sferrato un attacco massiccio contro il lessico.

Poi, lasciando il campo della linguistica per quello della critica letteraria, troviamo la critica tematica, che ha regnato per 15 o 20 anni, almeno in Francia, ed ha motivato l’essenziale degli studi di quella che chiamiamo la nuova critica, e che si trova attualmente, se non minacciata, almeno limitata, rimodellata, a scapito dei significati che si proponeva di decifrare.
Nel campo della psicanalisi, infine, non si può più parlare di un simbolismo termine a termine; nell’opera di Freud, questa è evidentemente la parte morta: non è più possibile concepire un lessico psicanalitico.

Tutto questo ha generato il discredito della parola «simbolo», perché questo termine fino ad oggi ha sempre lasciato supporre che la relazione significante si imperniava sul significato, sulla presenza del significato. Personalmente, mi servo della parola «simbolo» come relativa ad una organizzazione significante, sintagmatica e/o paradigmatica, ma non più semica: bisogna fare una nettissima distinzione tra portata semica del simbolo e statuto sintagmatico o paradigmatico dello stesso.

Nello stesso modo, sarebbe impresa assurda voler stendere un lessico dei sensi della città, ponendo da una parte luoghi, quartieri, funzioni, e dall’altra sensi, o piuttosto ponendo da un lato, luoghi come significanti, e dall’altro, funzioni come significati. La lista delle funzioni che possono assumere i quartieri di una città è nota da molto tempo. Grosso modo troviamo una trentina di funzioni per un quartiere di città (almeno per un quartiere del centro-città: zona che è stata studiata abbastanza bene da un punto di vista sociologico).

Ora questa lista, anche se può essere completata, arricchita e affinata, non costituirà che un livello estremamente elementare per l’analisi semiologica, e un livello probabilmente ricusabile ulteriormente: non solo per il peso e la pressione della storia, ma perché precisamente i significati sono come esseri mitici, estremamente labili, che sempre, finalmente, ad un certo momento, fungono da significanti di un’altra cosa: i significati cessano, i significanti rimangono. La caccia al significato non può essere dunque che un procedimento provvisorio. Il compito del significato, se si riesce ad afferrarlo, è solo quello di darci una specie di testimonianza su uno stato definito della distribuzione significante. Inoltre, dobbiamo osservare che sempre più si attribuisce un’importanza crescente al significato vuoto, al posto vuoto del significato.

In altre parole, gli elementi vengono sempre più intesi come significanti per la loro posizione correlativa e non per il contenuto. Per esempio, Tokyo che è uno dei complessi urbani più avvincenti che si possa immaginare dal punto di vista semantico, ha effettivamente una specie di centro. Ma questo centro, occupato dal palazzo imperiale, a sua volta cinto con un profondo fossato e nascosto nel verde, è vissuto come un centro vuoto. Più generalmente, gli studi fatti sul nucleo urbano in numerose città hanno mostrato che il punto centrale del centro-città (ogni città possiede un centro), che chiamiamo un nucleo duro, non è il punto culminante di alcuna attività particolare, ma una specie di «fuoco» vuoto dell’immagine che la collettività si fa del centro. Abbiamo dunque, anche qui, un’immagine in qualche modo vuota che è necessaria per l’organizzazione del resto della città.

La seconda osservazione è che il simbolismo deve essere definito essenzialmente come il mondo dei significanti, delle correlazioni e soprattutto delle correlazioni che non si possono mai chiudere in un senso pieno, in un senso ultimo. Dal punto di vista della tecnica di descrizione, la ripartizione degli elementi, cioè dei significanti, esaurisce ormai in qualche modo la scoperta semantica. Questo è vero per la semantica chomskiana di Katz e Fodor, ed anche per le analisi di Lévi-Strauss, che si fondano sulla chiarificazione di un rapporto che non è rapporto di analogia ma di omologia, dimostrazione fatta nel suo libro, raramente citato, sul totemismo.

Perciò si scopre che quando si vorrà fare la semiotica della città, bisognerà spingere molto avanti, probabilmente e con una minuzia immensa, la divisione significante. Pertanto, faccio appello alla mia esperienza di amatore. Sappiamo che in alcune città esistono spazi che offrono un accentramento fortissimo di funzioni: il tipo ne sarebbe fornito per esempio dai suk orientali dove in una strada vi sono soltanto conciatori, in un’altra soltanto orefici; a Tokyo alcune parti di uno stesso quartiere sono, dal punto di vista funzionale, molto omogenee: praticamente uno vi trova soltanto bars, o tavole calde, o locali per il divertimento.

Orbene sarà necessario andare oltre questo primo aspetto e non limitare la descrizione semantica della città a queste unità; sarà necessario cercare di individuare micro-strutture, nello stesso modo che si possono isolare piccoli frammenti di frase in un lungo periodo; occorre dunque prendere l’abitudine di condurre un’analisi molto fine, che si estende fino alle microstrutture, e inversamente abituarsi ad un’analisi molto larga, che andrà veramente fino alle macro-strutture. Sappiamo tutti che Tokyo è una città polinucleata: possiede parecchi nuclei intorno a 5 o 6 centri; bisogna imparare a differenziare semanticamente questi centri, che sono segnalati del resto da stazioni ferroviarie. In altri termini, anche in questo settore, almeno all’inizio, il miglior modello per l’analisi semantica della città sarà fornito, credo, dalla frase del discorso.

E ritroviamo qui la vecchia intuizione di V. Hugo: la città è una scrittura; il viaggiatore in città, cioè l’utente della città, che siamo tutti noi, è una specie di lettore che, secondo i suoi compiti e spostamenti, preleva frammenti di enunciato per attualizzarli nell’intimo. Quando ci spostiamo in città, siamo tutti nella situazione del lettore dei 100.000 milioni di poemi di Queneau, ove si può trovare un poema differente solo cambiando un verso; siamo un po’ questi lettori di avanguardia, alla nostra insaputa, quando siamo in una città.
La terza osservazione, infine, è che, attualmente, la semiologia non pone mai l’esistenza di un significato ultimo.

Ciò vuol dire che i significanti sono sempre significati gli uni per gli altri, e reciprocamente. In realtà, in qualsiasi complesso culturale, od anche psicologico, siamo di fronte a catene metaforiche infinite il cui significato viene sempre differito o diventa esso stesso significante. Questa struttura comincia ad essere esplorata, lo sapete, in psicanalisi, da Jacques Lacan, ed anche nello studio della scrittura, dove comincia ad essere postulata, se non esplorata. Se applicassimo queste vedute alla città, saremmo forse indotti a metterne in luce una dimensione che, lo devo dire, non ho mai vista, o almeno francamente evocata, negli studi ed inchieste di urbanistica.

Questa dimensione, la chiamerei erotica. E l’erotismo della città l’insegnamento che possiamo trarre dalla natura infinitamente metaforica del discorso urbano. Di questa parola erotismo faccio uso nel senso più largo: sarebbe irrisorio assimilare l’erotismo di una città all’unico quartiere riservato a questo tipo di piaceri, perché il concetto di quartiere di piacere si presenta ancora un po’ come una delle mistificazioni del funzionalismo urbano; è una nozione funzionale, non una nozione semantica; intenderei erotismo come sostituto della parola socialità. La socialità della città, prescindendo dalla sua pratica finalità, dal suo funzionalismo: è a questo che la semiotica urbana dovrebbe mirare.

La città, essenzialmente e semanticamente, è il luogo dove ci s’incontra maggiormente con l’altro ed è per questa ragione che il centro è il punto riassuntivo di ogni città; il centrocittà è istituito prima di tutto dai giovani, dagli adolescenti. Quando questi ultimi esprimono la loro immagine della città, tendono sempre a restringere, concentrare, condensare il centro; il centro-città è vissuto come la piazza di scambio delle attività sociali e, direi, quasi delle attività erotiche, nel senso largo della parola.

Ancor meglio, il centro-città è sempre vissuto come lo spazio dove agiscono e s’incontrano forze sovversive, forze di rottura, forze ludiche. Il gioco è un argomento spessissimo sottolineato nelle inchieste sul centro; si è svolta in Francia una vasta serie d’inchieste riguardanti l’attrazione esercitata da Parigi sulla periferia, ed è stato osservato, per mezzo di queste inchieste, che Parigi, come centro della sua periferia, era sempre vissuta, semanticamente, come il luogo privilegiato dove è l’altro, e dove noi stessi siamo altro, dove si gioca. Al contrario, tutto ciò che non è centro è tutto ciò che non è spazio ludico, che non è alterità: la famiglia, la residenza, l’identità.

Naturalmente bisognerebbe, soprattutto a proposito della città, ricercare la catena metaforica, la catena sostitutiva dell’Eros, cercare particolarmente dalla parte di altre grandi categorie, di altri grandi usi umani, come per esempio il cibo, o le compere, che sono veramente attività erotiche nelle società del consumo. Mi riferisco ancora una volta all’esempio di Tokyo: le grandi stazioni, che sono i punti di riferimento dei principali quartieri, sono anche grandi negozi.

E certo che la stazione giapponese, la stazione-negozio, ha fondamentalmente un unico senso, e che questo senso è erotico: compera o incontro. In seguito bisognerebbe esplorare le immagini profonde degli elementi urbani. Per esempio, molte inchieste hanno sottolineato la funzione immaginaria del Corso, che in qualsiasi città è sempre vissuto come un fiume, un canale, un’acqua. C’è un nesso tra strada ed acqua; e sappiamo pure che le città più resistenti al senso e che, del resto, provocano spesso difficoltà di assimilazione per gli abitanti, sono appunto le città prive d’acqua, le città senza lungomare, o senza nastro d’acqua, senza lago, senza fiume, senza corso d’acqua; tutte queste città presentano difficoltà di vita, di lettura.

Per finire vorrei dire solo questo: nelle suddette osservazioni non ho affrontato nessun argomento metodologico. Per quale motivo? Perché se si vuole intraprendere la semiologia della città, l’avviamento migliore, mi pare, come del resto per tutta l’impresa semantica, sarà una specie di atteggiamento ingenuo del lettore.

Dovremmo essere numerosi a tentare di leggere le città dove siamo, partendo, se vi fosse bisogno, da un rapporto personale. Sovrapponendo tutte queste letture di differenti tipi di lettori (perché abbiamo di fronte un’intera tipologia dei lettori di città, dal sedentario allo straniero) si costituirebbe allora la lingua della città. Perciò direi che il più importante, non è tanto di moltiplicare inchieste o studi funzionali della città, quanto di moltiplicare le letture di città di cui, finora, sfortunatamente, i soli scrittori hanno fornito esempi; sono loro che, finora, hanno parlato meglio della semantica urbana.

Prendendo le mosse da queste letture, da questa ricostituzione di una lingua o di un codice della città, potremmo allora avviare procedimenti di tipo più scientifico: ritrovamento delle unità, sintassi, etc. ma ricordandoci sempre che non si deve mai cercare di fissare e irrigidire i significati delle unità scoperte perché, storicamente, questi significati sono sempre estremamente labili, ricusabili, non dominabili.

Ogni città è un po’ costruita, fatta da noi, a immagine della nave Argo, di cui ogni pezzo era cambiato rispetto alla sua origine, ma che rimaneva sempre la nave Argo, cioè un insieme di sensi molto leggibili ed identificabili. In questo sforzo per avvicinare semanticamente la città dobbiamo cercare di capire il gioco dei segni, di capire che qualsiasi città è una struttura, ma non cercare mai o non volere mai riempire questa struttura.

Perché la città è un poema, come è stato detto spesso, e come Hugo l’aveva detto meglio di qualsiasi altro, ma non si tratta di un poema classico, di un poema ben centrato su un soggetto. un poema che spiega il significante ed è questa specie di spiegazione che finalmente la semiologia della città dovrebbe cercare di afferrare e di cantare.

tratto dal numero 10