Architettura moderna e progetto umanistico. Storia, formazione, comunità (1945-1965)

M. Panzeri, Architettura moderna e progetto umanistico. Storia, formazione, comunità (1945-1965), con contributi di G. Contessi e M.A. Crippa, Jaka Book, Milano 2013.

Un nuovo contributo storiografico utile alla comprensione della storia dell’architettura va sempre accolto con favore e letto
con attenzione, in particolare per quanto riguarda gli avvenimento del Novecento. La proliferazione di pubblicazioni sull’architettura contemporanea scaturisce spesso da una maggiore scorrevolezza di lettura per il pubblico interessato e da una maggiore convenienza per il mercato che abbraccia la fortuna di questo filone oramai non più di nicchia, ma che anzi ha raggiunto oramai una consolidata felice veste grafica.

Parliamo di analisi storico-critiche di singoli codici stile e reportage compilativi sulla produzione d’autore, monografie che possono presentarsi in una veste più o meno divulgativa, più o meno scientifica o, ancora, integrazioni e aggiornamenti degli studi,talvolta circoscritti a particolari aree territoriali. Un discorso analogo vale anche per il libri di storia dell’architettura in cui scorre linearmente il corso degli eventi secondo gli stilemi a noi più consuetudinari. Il mercato librario negli ultimi decenni celebra con una certa continuità il successo dell’architettura contemporanea, che ha raggiunta una significativa visibilità anche nei confronti del grande pubblico per il carattere mediatico delle grandi opere, addirittura la sua spettacolarizzazione ha rafforzato la qualità artistica delle stesse fotografie di architettura, con un successo che ha raggiunto la grande distruzione.

Come è evidente però questo rincorrere gli eventi riduce sempre più il tempo di vita di un testo. Al contrario, prospettive critiche nate sulla base di nuove ricerche o scaturite da formazioni culturali eterogenee risultano certamente di grande stimolo per il rinnovo della storiografia di settore per gli studiosi più curiosi. Oggi, appare sempre più chiaro che il crollo delle ideologie avvenuto alla fine del cosiddetto ‘secolo breve’ ha messo fortemente in crisi il sistema delle periodizzazioni, inclusa la stessa universalità che aveva inteso raggiungere il Movimento Moderno, mentre un emergente tematica della rottura pone nuove domande per nuove periodizzazioni ed evidenzia regionalismi espressivi all’interno dello stesso razionalismo antistoricistico.

Una misura del cambiamento può essere vista nella revisione del percorso metodologico nella stessa arte del costruire. Un progetto di umanesimo è effettivamente esistito nel secondo dopo-guerra, oppure l’attribuzione della qualifica di umanistica all’architettura moderna di quel periodo è in realtà propria della storiografia più recente, a noi contemporanea? Partendo da questo presupposto, una tematica dell’umanesimo del moderno è stata ricostruita e rintracciata nello studio di Miriam Panzeri. Il lavoro è il frutto del dottorato di ricerca in Storia dell’arte contemporanea, sostenuto nel 2012 presso l’Università degli Studi di Torino e l’Université Paris 1 Panthéon Sorbonne su Il progetto di un nuovo umanesimo nella cultura architettonica in Italia e in Francia dopo la Seconda guerra mondiale (1945-1965). In tal senso, il libro è incentrato sull’analisi della intenzionalità di un nuovo umanesimo nella cultura architettonica in Italia dopo il 1945. Ma cosa è esattamente l’umanesimo?

Senza volere entrare nello specifico delle sue differenze definizioni che si sono avvicendate nel corso della storia, in particolare per quella del Novecento, potremmo ascrivere all’umanesimo principalmente i principi della storia dell’uomo, gli ideali della libertà e l’atto pedagogico, che rinvia quindi a cultura ed educazione classica. La novità dell’apporto alla storia dell’architettura trova corrispondenza nell’approccio culturale da parte della giovane storica dell’arte, come nota in apertura Gianni Contessi (Movimenti moderni e storicità del progetto umanistico). Questi rileva che se l’architettura storicamente è una delle arti del disegno di vasariana memoria e se, banalmente, si contempla che l’insegnamento della storia dell’arte possa essere affidato a chi ha compiuto studi di architettura, non si comprende perché da qualcuno non sia ammessa la possibilità reciproca e opposta: valeadirechenonl’architettura in quanto specifico corpo disciplinare, bensì la critica e la storiografia possano essere coltivate dagli storici dell’arte, a loro volta refrattari a occuparsi dell’architettura contemporanea.

La ricerca si muove e fonda la propria rilettura attraverso uno studio quasi esclusivo delle fonti, ritornando alle origini delle storie dell’architettura, scevra del peso critico successivo ai primi apporti della critica coeva, liberandosi della stratificazione storiografica, tranne poche e rare eccezioni di scuola. Un tentativo di compensazione di questo presupposto viene colmato in conclusione con gli Appunti per una bibliografia, in cui Panzeri inserisce una nota sintetica, imperfetta e incompleta per sua ammissione, con lo scopo di offrire la traccia minimale della ricerca e quei contributi più recenti che aiutano a meglio definire il significato di umanesimo moderno.

Con un atteggiamento quasi archeologico, l’autrice procede per strati preoccupandosi di recuperarne uno alla volta nel modo più nitido possibile, senza pretendere di ricostruire subito l’intera storia del sito, come sottolinea Maria Antonietta Crippa nella sua postfazione (Per la continuità di un’architettura come «mondo umano»). Un metodo filologico strumentale alla conoscenza, più che all’interpretazione, delle coordinate culturali di una intenzionalità e di una volontà di moderno all’interno della storia e non più contro la storia stessa; un’indagine che intende servire alla critica un ripensamento sulle origini della trasformazione del linguaggio dell’architettura più recente inserito nella didattica della storia militante e fondativa di quegli anni.

Il libro si compone di tre parti, a cui corrispondono tre eroi che hanno consentito la trasformazione di una progettualità a lungo sperata, ma poi disattesa per le contingenze storiche e per le direttive assunte dal regime prima della liberazione. Tre esponenti di spicco della borghesia ebraica in Italia e protagonisti della cultura in Europa capaci di avviare il processo critico, teorico e applicativo del progetto umanistico: Bruno Zevi, Ernesto Nathan Rogers e Adriano Olivetti.

Il capitolo sull’Umanizzazione dell’architettura: dalla storia alla Bildung è interamente dedicato al contesto storico-culturale che guida Zevi all’insegnamento presso l’Istituto Universitario d’Architettura di Venezia e al suo apporto nella valorizzazione della storia dell’architettura nella formazione universitaria e al ruolo operativo della storia stessa, ovvero della trattazione di soggetti storici quale mezzo di storicizzazione della contemporaneità, incentivando il confronto e la traslazione di istanze da altre epoche a quella dell’attualità.

Si profila così un processo che ha reso contemporaneo il valore della storia, aprendo di fatto il concetto di monumentalità alla stessa architettura contemporanea che da cronaca si è fatta storia. L’autrice sottolinea che, preoccupato del distacco che si è andato accentuando tra progettazione e studio della storia, Zevi propone delle riforme perché la disciplina storica diventi ‘il cardine non soltanto delle facoltà ma di tutta la vita e la cultura architettonica’. Infatti, il giovane professore di Storia dell’arte e storia e stili dell’architettura è consapevole che tale introduzione influenzerebbe l’intero corso degli studi, apportando cambiamenti rilevanti nell’educazione professionale dei futuri architetti. Invitando gli storici dell’arte ad accogliere le ragioni dello studio della storia dell’architettura moderna, lo stesso Zevi sottolinea quanto sia sempre la coscienza dell’arte contemporanea a determinare le prospettive dell’interpretazione storica e, quindi, del giudizio estetico.

Pertanto, senza un approfondimento della conoscenza della genesi e degli sviluppi dell’arte moderna, un critico d’arte rinuncia a vedere con occhi moderni. All’interno del rapporto tra storia e progetto, l’autrice mette in evidenza quanto i quindici anni di insegnamento trascorsi allo IUAV non lo hanno bloccato nella torre eburnea della sicurezza metodologica: egli si pone e pone il proprio metodo nuovamente in gioco. Invertendo i ruoli, Zevi fautore di una storia operativa dell’architettura, nelle sue prolusioni ai corsi, sottolinea che l’interesse del docente storico nei confronti della contemporaneità progettuale si rivela indispensabile anche nella formazione universitaria.

Come il riuso del neo-dorico nell’Europa di Bonaparte incarna valori democratici che rinviano all’Atene di Pericle e assume valori moralizzanti, così per Zevi la volontà di umanizzare si confonde e coincide con il bisogno di moralizzare, avviando in questo modo la coltivazione di un progetto di nuovo umanesimo urbano. Il capitolo intermedio, Progettare un nuovo umanesimo: dalla Bildung alla storia, concentra l’attenzione sull’apporto di Ernesto Nathan Rogers all’umanizzazione dell’architettura. Questi, affine eppure lontano dal collega Zevi, radica nella più recente attualità gli argomenti degli editoriali nelle riviste da lui dirette. Individua nel principio della libertà uno dei valori fondanti dell’umanesimo, ma ancor di più nella conoscenza storica uno dei
principi formativi del nuovo architetto.

Egli ammira l’umanesimo rinascimentale per la capacità di interpretare la storia e di riversarla in una nuova tradizione e in una continua evoluzione formale. Secondo una tripartizione albertiana che chiama in causa utilità, morale ed estetica, Rogers indossa le vesti dell’architetto-intellettuale alla maniera in cui Leon Battista Alberti era intervenuto attraverso i suoi scritti. Il principio di libertà e l’applicazione alla comprensione sensibile dei fenomeni storici, nota l’autrice, conducono lo sforzo didattico di Rogers dall’apologia della storia al pericolo dello storicismo, inteso nell’accezione che tale filosofia è andata acquisendo dalla metà degli anni quaranta.

Ma questo atteggiamento non riesce ad evitare alcune ambiguità interpretative e formali da parte dei suoi allievi che mettono in gioco le questioni dello stile. Avviene così che Rogers abbracci l’ortodossia della libertà e dell’eterodossia per tenere vivo un colloquio costruttivo, affermando che la libertà genera libertà e inoltre lo sforzo di comprensione verso il pensiero degli altri fa sì che non cadiamo nel quietismo.

In anni di vivacità culturale e di attiva polemica, storia e storicismo non possono essere coincidenti. Nel corso della lettura, Panzeri chiarisce gradualmente come durante gli anni cinquanta, la storia è diventata la più attiva tra le discipline vicine all’architettura, forte anche dell’evanescenza della teoria architettonica coeva. Mentre, negli anni sessanta, la storia e la tradizione rappresentano valori peculiari di un’epoca che si sta chiudendo. Il valore della libertà dalla casa dell’uomo alla casa della comunità restituisce un Adriano Olivetti come nuovo signore dell’umanesimo italiano.

L’industriale, attraverso la propria esperienza, fa rivivere il ruolo della committenza della prima età moderna. Come Lorenzo il Magnifico con la sua cerchia di artisti e intellettuali, ma soprattutto come Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, con il Poggio Reale di Napoli è il regista unico di un complesso cresciuto per episodi singoli, costruendo uno dei modelli di riferimento per la villa moderna, così Olivetti ad Ivrea apre una nuova stagione per l’architettura in Italia. La questione umanistica appartiene piuttosto alla modernità architettonica del periodo maturo, post-rivoluzionario, e non già alle metamorfosi strutturaliste o antropologiche degli anni sessanta; ieri come oggi, la maturazione del processo umanistico ha rinnovato il linguaggio nel segno della continuità storica e culturale.

M. V.

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