Abitare nell’emergenza Progettare per il post- disastro

A. D’Auria, Abitare nell’emergenza Progettare per il post- disastro, Edifir edizioni Firenze 2014.

In un’epoca di cambiamenti climatici che aumentano esponenzialmente il numero di catastrofi ambientali – tra cui i tornado, gli tsunami, le frane e le alluvioni il libro “Abitare nell’emergenza” di Antonio D’Auria è attualissimo e di grande interesse. Il testo affronta direttamente la tragedia che interessa un numero crescente di comunità afflitte da una calamità naturale e costrette a un esodo di massa, abbandonando il proprio centro urbano di appartenenza per spostarsi nelle strutture temporanee – le quali spesso diventano permanenti – comunemente chiamate campi che, anche in Italia, sono purtroppo all’ordine del giorno (si pensi, in primis, ai campi dei rifugiati a L’Aquila che, a distanza di anni, aspettano ancora la ricostruzione della città).

L’autore analizza il fenomeno da una prospettiva problematica che si fa carico delle questioni psicologiche, sociali, economiche, urbanistiche e architettoniche, nella volontà di proporre alcune soluzioni capaci di alleviare la sofferenza delle vittime di tali eventi, mettendo a fuoco il delicato periodo che va dall’abbandono dei luoghi colpiti dalla calamità alla sistemazione definitiva (sia essa il ritorno nelle abitazioni dopo la riqualificazione, il reinsediamento in altri luoghi o la permanenza nei campi).

Anzitutto il testo mette a fuoco i due problemi essenziali della questione: gli alloggi transizionali, quindi le loro caratteristiche morfo-tipologiche, e l’organizzazione del campo (il master-plan). Prima di addentrarsi nelle problematiche di carattere urbanistico, l’autore si sofferma su un punto cruciale del discorso: la natura processuale e non statica di questo tipo di progettazione, che deve tenere sempre presente le numerosissime incognite e i parametri che di volta in volta, a seconda della situazione, cambiano la natura del progetto preventivo, che, per sua stessa definizione, deve essere elastico e adattivo.
Principale obiettivo deve essere evitare, per quanto possibile, la sindrome del displacement, lo spaesamento e il disorientamento
che coglie chi è costretto a lasciare le proprie case, le proprie strade e la propria città trasferendosi altrove. Per questo il campo deve avere precise caratteristiche di accoglienza, deve essere rassicurante e soprattutto deve essere affiancato dalla conoscenza da parte dei rifugiati di una chiara prospettiva di futuro, della durata della loro permanenza e di ciò che avverrà in seguito.

A proposito della progettazione e della dislocazione del campo, D’Auria promuove il ricorso alla democrazia partecipativa che, soprattutto in situazioni critiche, serve a coinvolgere in prima persona le vittime del disastro, in maniera da pervenire a scelte condivise. Ciò è indispensabile per garantire consapevolezza e serenità nel momento in cui una serie di questioni cruciali – dalla posizione del campo all’organizzazione interna, fino ai moduli abitativi – vengono discusse e decise. L’autore sottolinea anche come, in realtà, tale pratica non debba essere sopravvalutata, tenendo presente l’eventualità che (come dimostrano numerosi esempi tra cui quello del “Villaggio Matteotti” a Terni di De Carlo, tra il 1969 e il 1980) gli stessi utenti optino per configurazioni diverse da quelle proposte dal progettista – magari non comprese appieno – per loro in realtà meno favorevoli e vantaggiose. Il testo suggerisce comunque un approccio concertato anziché una pianificazione autoritaria, in maniera che lo strumento urbanistico sia elastico e duttile, capace di adattarsi alle condizioni reali senza porre restrizioni troppo rigide e, quindi, spesso inapplicabili e controproducenti in situazioni emergenziali.

Una importante considerazione viene fatta a proposito del posizionamento del campo, da preferirsi nelle vicinanze di infrastrutture e servizi esistenti e da scegliere secondo una logica di infill anziché di sprawl, cioè optando per aree già urbanizzate (centro abitato ove possibile, aree di sedime ricavate da demolizioni di edifici dismessi, suoli edificabili disponibili) oppure, nel caso ce ne sia la disponibilità, edifici dismessi o complessi disponibili (caserme, opifici, ecc.). Questa logica risulta essere di gran lunga la più efficace nell’ottica di un veloce re-insediamento nei centri urbani di provenienza e consente di non consumare ulteriore suolo. In alternativa risulta comunque necessario scegliere per il campo provvisorio o meno – un terreno il più vicino possibile ai centri disastrati.

Il testo affronta poi il tema della progettazione di un campo non solo provvisionale ma capace di ospitare i rifugiati per un tempo lungo o, addirittura, indefinito. In questo caso assume grande importanza la tipologia dell’insediamento e, nella volontà di garantire una continuità tra il tessuto spaziale di provenienza (che il più delle volte è storico) e quello del nuovo insediamento, l’autore sottolinea la preferibilità di una disposizione organica non ippodamea, più simile a quella dei centri storici europei stratificati. A proposito di tale questione – il testo suggerisce degli interessanti riferimenti tra cui le nuove Instant Town o le antiche African Kraal – l’autore mette in evidenza il fatto che la caratteristica essenziale del campo sia di aderire all’immaginario urbano dei residenti, facendo i conti anzitutto con le aspettative – e quindi con le abitudini e la memoria – di questi ultimi.

D’Auria approfondisce anche la questione della “sostenibilità” del campo, intesa sia come capacità di entrare in una relazione equilibrata con l’ecosistema insediato, sia come facoltà di preservare l’identità, e quindi gli usi e i costumi, dei residenti. Inoltre il campo, la sua forma urbana, deve essere, per quanto vi concerne, in grado di garantire equità sociale ed evitare qualsiasi forma di ghettizzazione. A questi scopi l’autore suggerisce la relazionalità del progetto rispetto alle forme urbane e architettoniche sedimentate nel territorio – le più valide anche rispetto all’adattamento bioclimatico – e l’attento studio della vegetazione e del paesaggio, in maniera che il campo sia correttamente orientato (sfruttando l’esposizione più favorevole), occupi la minore area possibile di suolo e, quindi, stabilisca un equilibrio estetico e fisiologico con il paesaggio, dal momento in cui, scrive D’Auria, “appare evidente che la «sostenibilità globale» (…) ha a che fare in prima istanza con la salvaguardia dell’ambiente naturale – che determina per tanti versi quello culturale”.

Anche in relazione alla necessaria conciliazione tra innovazione tecnologica e risultato estetico finale, che deve essere in grado come anticipato di tener conto delle aspettative dei residenti, l’autore analizza l’importanza delle Valutazioni d’Impatto Ambientale (VIA) in quanto strumenti capaci di “mettere a sistema” le problematiche di natura ecologica, sociale, economica e paesaggistica valutando secondo approcci multi-criterio l’impatto sul territorio del nuovo insediamento.
Per quanto concerne la scelta della tipologia dei moduli abitativi del campo, D’Auria sottolinea la necessità di evitare – per quanto possibile – residenze monofamiliari disseminate sul terreno in favore di una compattezza e di una densità che permettano la vitalità dei nuovi spazi. Il testo chiarisce anche l’importanza, all’interno del campo, di un baricentro – ispirato dalle migliori esperienze urbanistiche internazionali, dalle New Towns britanniche alle migliori pratiche svedesi definite come vincenti ibridi razional-organici – dove si condensino le attività collettive (scuole, servizi pubblici, attività di rappresentanza, eccetera), in maniera da rendere possibile lo sviluppo di uno “spazio pubblico” non come mera somma di spazi esterni accessibili, ma come spazio capace di supportare lo sviluppo di uno spirito comunitario e l’espressione del potenziale individuale.

Ciò, secondo l’autore, può essere ottenuto non già con la semplice presenza di ambienti aperti, ma attraverso una corretta costituzione/configurazione degli spazi esterni, disposti secondo un tipo urbano la cui struttura sia coerente, continua, connessa; configurati attraverso un sistema policentrico composto da unità spaziali differenziate e ciascuna dotata di una propria enclosure, di un precipuo carattere, costituendo così materica spina dorsale della comunità.
Da qui l’autore suggerisce il borgo medievale come tipo urbano più adatto per un nuovo insediamento, dal momento in cui la variatio, l’interconnessione, l’irregolarità e, in una parola, la complessità di tali tessuti meglio si prestano al raggiungimento dei suddetti obiettivi.

D’Auria sottolinea l’importanza vitale di spazi verdi attrezzati pubblici e suggerisce edifici che – secondo la lezione di Aldo Rossi – adottino, per quanto possibile nei limiti di un linguaggio contemporaneo, i colori, i materiali e le forme del contesto urbano originario, preservando così il carattere dei luoghi. Le costruzioni, anziché stilisticamente povere ed eccessivamente uniformi, dovrebbero permettere inoltre modifiche, personalizzazioni e addizioni; ciascuna residenza dovrebbe essere altresì dotata di una propria area verde privata, evitando l’utilizzo di capsule abitative interamente prefabbricate – inadeguate alle necessità psicologiche di un insediamento permanente – e l’eccesso di tecnologia sempre più comune che trasforma il progetto in una bizzarra spettacolarizzazione. Ciò dovrebbe contribuire a evitare l’artificiosità dei campi tradizionali e a permettere un eventuale riutilizzo per destinazioni d’uso differenti (studentati, alloggi per giovani coppie, impianti turistici o strutture per l’accoglimento dei migranti).

In conclusione, “Abitare nell’emergenza” suggerisce che il nuovo insediamento sia rispondente agli standard tracciati dai protocolli internazionali per la sostenibilità (tra cui il LEED) con edifici a zero emissioni, e sia progettato utilizzando come tracciati
regolatori di partenza eventuali sentieri già presenti nell’area, di modo che la forma del nuovo borgo, oltre ad essere intrinsecamente ecocompatibile, sia organicamente intrecciata al suo sito anziché rigidamente sovrimposta, mirando a una profonda e armonica fusione tra il nuovo insediamento e il suo ambiente.

M.C.

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