D. Arasse, Storie di pitture, prefazione di B. Comment e C. Bébard, Einaudi.

D. Arasse, Storie di pitture, pre- fazione di B. Comment e C. Bébard, Einaudi.

Ci sono intelligenze che saltano a piè pari la loro specializzazione: un caso esemplare nella storia dell’arte è Daniel Arasse, nato nel 1944 a Onan (Algeria) e morto a Parigi a cinquantanove anni. La solida formazione di normalista (greco, latino, letteratura) s’evince in ogni sua pagina: da ragazzo era stato a Firenze, fu uno choc e l’arte italiana divenne il destino della sua vita.

Dunque maestri come André Chastel (con il quale ebbe un problematico rapporto nel corso del tempo), Louis Marin, Pierre Francastel l’iniziarono alla storia dell’arte. Storie di pitture, prefazione di B. Comment e C. Bébard, Einaudi (pp. 222, ill.), raccoglie venticinque puntate trasmesse da France Culture nell’estate del 2003 pochi mesi prima che se ne andasse. Essendo fine luglio-agosto non le seguii, ma leggere queste pagine mi ha turbato: perché è come ascoltare la sua bella voce e perepire ogni sfumatura del suo
versatile talento.

Dopo essere stato per sette anni direttore dell’Istituto francese di Firenze, Arasse nel 1993 fu chiamato all’École des hautes éteudes en sciences sociales dove concluse la sua carriera. Le conversazioni sono un distillato della sua cristallina intelligenza e sono un testamento destinato a colleghi, allievi e lettori. Un testamento sbrigliato, perché senza lo statuto della pagina scritta e i ceppi delle note. La maggior parte di queste conversazioni hanno come fil rouge la Prospettiva declinata in ogni suo risvolto teorico, ma sempre ricondotto ad un’opera in cui fa la parte del leone la pittura.

Il testo più citato è De Pictura di Leon Battista Alberti dove, questo genio dell’Umanesimo, mette a punto un sistema scientifico e teorico che è alla base della civiltà rinascimentale. Alberti è l’unico contemporaneo che cita Leonardo da Vinci nei suoi scritti. “L’invenzione della prospettiva si costruisce rapidamente in un secolo o un secolo e mezzo per uno stravolgimento completo delle scene di rappresentazione, è in ogni caso abbastanza rapido, e allo stesso tempo quando si scende nei dettagli di ciò che è successo, ci si rende conto della complessità di questa trasformazione, complessità logica poiché gli obiettivi teorici della prospettiva non sono di poco conto”.

La prospettiva fu un’autentica rivoluzione che “non cambia da Masaccio fino a Monet”, dice perentorio: chiarendo subito la differenza tra prospettiva monofocale centrale e bifocale quale è quella che vedono gli occhi. Questo sistema vede contemporaneamente sulla breccia Brunelleschi, Donatello, Piero della Francesca, Ghiberti, Lippi, Angelico e tutte le discipline a cominciar dall’architettura, ed è la prospettiva la “rappresentazione del potere dei Medici”, perché essa ha una “dimensione politica”. Ecco un tipico guizzo di Arasse che valica lo specialismo. La prospettiva vien detta da Alberti commisuratio – costruzione di proporzioni in funzione della distanza – termine che Piero usa, ma titola il suo trattato De prospectiva pingendi ponendo il problema del finito e dell’infinito, in un momento in cui la cartografia e la rappresentazione dello spazio urbano pone le sue radici: Firenze incipit. Un fondamentale rimando eluso da molti colleghi che poco praticano l’iconografia urbana.

I fiamminghi eccellono nella prospettiva, ma essi non fissarono le regole matematiche teorizzate a Firenze, dice fondatamente; tra il 1415-50 essa s’evolve, e affina le sue regole: “c’è una dialettica retorica tra profondità fit- tizia dello spazio e il sorgere fittizio della figura”. È impossibile seguire la rete dei rimandi da Masaccio a Fouquet, da Raffaello a Leonardo eccetera. Fino a Las Meninas di Velázquèz, dove ingaggia un corpo a corpo con la celebre lettura di Michel Foucault: testo geniale “storicamente sbagliato”. E quanto se ne è discusso con Arasse, insistendo io proprio sulle “debolezze” in prospettiva del filosofo e così ne scrissi in un saggetto. M a com e non restare incantati dal suo Elogio paradossale di Foucalult? Talune conversazioni vertono sul restauro e sul dettaglio, e insistono sulla necessità (sempre attuale) di inserire la storia dell’arte nella scuola francese.

Arasse non è certo diplomatico e talvolta le sue sono vere e proprie frustate: sulla discussione Masolino-Masaccio innescata da Pierre Francastel, a proposito di Roberto Longhi (se non erro l’unico italiano citato, vizietto francese e non solo) dice: “ho una grandissima ammirazione, ma di lui detesto il modo di approccio alle opere e soprattutto l’arroganza”; né è più tenero con Svetlana Alpers, che “pretende di spiegarci la pittura olandese” escludendo Rembrandt e Veermer dal suo celebre libro. Le pagine su L’atelier del pittore sono tra le più sagaci, ma Arasse ha uno spiccato senso del comico: a proposito di uno studioso americano che intende dimostrare che Veermer aveva un grosso problema sessuale e aveva paura delle donne, dice: “Ora, come si può aver paura delle donne, e fare dodici figli con la propria moglie?”. Non si potrebbe dir meglio per m ettere alla berlina un m odo di far storia dell’arte (specialistica?) che precipita nel comico.

Contro lo psicologismo, l’anacronismo (la lotta di classe di Hauser), il positivismo del significato (Gombrich) è spesso esilarante. Daniel Arasse ha lasciato un cantiere abbandonato di opere non concluse: L’art dans ses oeuvres. Théorie de l’art et histoire des oeuvres (per l’editore Regard) e Le refelet perdu (edizioni Denoël). Di Arasse Einaudi ha pubblicato anche L’ambizione di Vermeer (2006) in cui fa pelo e contropelo a Svetalana Alpers, e Non si vede niente. Descrizioni (2013). con una impeccabile prefazione di Claudia Cieri Via. In questo ultimo testo spicca il testo sull’Adorazione dei Magi di Bruegel il Vecchio e il testo su Las Meninas. Temi che ricorrono in questo ultimo libro che raccolgono le sue belle conversazioni radiofoniche, ed esse – posso dire con spirito amicale – sono un filo che lui ci tende dall’Ade.

C. d. S.

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